The Last Resort: Violence in our Minds

La storia di “Violence in Our Minds” dei Last Resort

Il testo di uno dei maggiori classici dell’Oi! – “Violence in Our Minds” dei Last Resort – fu ripreso da una canzone folk che parodiava gli skinhead original

La storia di "Violence in our Minds"

🇬🇧 Non-Italian speakers take note! This article about The Last Resort's "Violence in Our Minds" is only available in Italian language, but you can still rely on Google Translate for a rough translation. However, some information has been taken from Creases Like Knives's article "Sometimes Good Guys Wear White Sta Prest: Saxby Interviewed", so you may want to take a look at that.

La violenza in testa

La musica Oi! – sottogenere del punk rock nato a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 – è stata spesso criticata per la presunta esaltazione della violenza.

Se per certe band questo è senz’altro vero, è anche vero che diversi gruppi storici si sono difesi dalle accuse sostenendo che i loro testi non facevano altro che descrivere la realtà che li circondava.

Un caso emblematico è quello della canzone “Violence in Our Minds” dei Last Resort, uno dei maggiori classici della band, nonché tra i pezzi più rappresentativi della musica Oi!

Le ragioni della particolarità del brano derivano dalla sua strana storia: il testo fu infatti preso e riadattato da una canzone folk del 1970, ovvero “Skinheads” di Miles Wootton, un insegnante che arrotondava il proprio stipendio componendo canzoni dai contenuti umoristici e sarcastici.

Il brano di Wootton criticava aspramente gli skinhead original, raccontando la presunta giornata media di una testa rasata.

Al protagonista della canzone venivano attribuiti atti violenti che potrebbero, effettivamente, essere compiuti da uno skin in carne e ossa, come ad esempio scontrarsi allo stadio.

Tuttavia, alcuni versi descrivevano comportamenti particolarmente esecrabili, come il maltrattamento della propria madre.

Per comprendere il tono critico e sarcastico di “Skinheads”, va ricordato il clima mediatico dell’epoca: infatti, la stampa dedicava ormai da tempo le proprie attenzioni agli skin, enfatizzandone il carattere violento.

L’atteggiamento dei mass media produsse il preciso effetto di far avvicinare al culto ragazzi giovanissimi che erano attratti proprio da questo aspetto.

La reazione di Miles Wootton

Il fatto che “Violence in Our Minds” derivi da un pezzo folk è noto a pochi, anche se, a dire il vero, una parte della verità era venuta a galla nel 2009, quando il blog Electric Groove Box aveva pubblicato un breve articolo intitolato “Skinhead Anthems”, in cui veniva segnalata la similitudine tra il testo di “Violence in Our Minds” e quello di “Skinheads”. Fu proprio grazie a quel post che Wootton venne a conoscenza del brano dei Last Resort.

Diversi mesi dopo, Electric Groove Box, con l’autorizzazione di Wootton, pubblicò lo scambio di email tra l’autore del blog e il cantante folk.

Quest’ultimo, oltre ad annunciare l’intenzione di farsi pagare i diritti d’autore, si lasciava andare a commenti poco lusinghieri nei confronti della band:

Devo dire che non è piacevole venire a sapere che la mia canzone giocosa e leggermente satirica è stata rubata e alterata da un gruppo di zoticoni di estrema destra, illetterati e spiacevoli da ascoltare.

Fortunatamente, nessuna delle persone che rispetto ascolterà mai la loro versione.

Mi sembra significativo il fatto che abbiano omesso il verso migliore, che riassume il resto del testo: «Non ho niente sulla testa [si riferisce alla rasatura dei capelli – NdR] e ancor di meno dentro».

A questo punto, qualcuno potrebbe pensare che i Last Resort rubarono effettivamente il testo a Wootton, ma in realtà la faccenda è più complessa.

The Last Resort, la band
Il primo concerto dei Last Resort a Herne Bay, nel luglio del 1980, con Graham Saxby alla voce e Roi Pearce al basso. Fonte: Creases Like Knives.

Il punto di vista di Graham Saxby

A fare chiarezza sulla vicenda è Graham Saxby, oggi voce dei Warriors, che fu il frontman dei Last Resort fino al loro trasloco da Herne Bay – dove si formarono nel 1980 – a Londra.

Quando la band si trasferì nella capitale, Saxby decise infatti di non seguirla, e questo determinò il passaggio di Roi Pearce dal basso alla voce, nonché l’entrata, come bassista, del più navigato Arthur Kitchener, noto anche come “Arthur Kay”.

Kitchener, partendo dalla scena mod degli anni ’60 con il gruppo Second Hand (conosciuto pure come “The Next Collection”), era passato per il revival ska di fine anni ’70 con la formazione Arthur Kay & the Originals, fino ad approdare alla scena Oi! punk.

Arthur Kitchener aka Arthur Kay
Arthur Kay con i Second Hand, nel 1967. Fonte: Creases Like Knives.

Prima del cambio di formazione, Saxby fece in tempo a registrare tre brani per una cassetta demo intitolata A Way of Life. Il nastro venne poi riedito dalla Cringe Music, in modo di poter essere destinato alla vendita, questa volta con il titolo Violence in Our Minds.

I pezzi inclusi erano “Soul Boys”, “Held Hostage” e, ovviamente, la title track. I tre brani sarebbero poi stati registrati di nuovo con Roi alla voce, per essere inclusi nell’album di debutto dei Last Resort, A Way of Life – Skinhead Anthems.

"Violence in our Minds" dei Last Resort: l'album "A Way of Life - Skinhead Anthems"

Il disco venne pubblicato nel 1982 dall’etichetta di Mick French, proprietario del negozio The Last Resort e manager della band, la quale prese in prestito il proprio nome dalla boutique skin londinese. L’iconica copertina fu realizzata dall’artista skinhead Mick Furbank.

Sia nella cassetta che nell’album, i Last Resort sono accreditati come autori delle canzoni. Tuttavia, come si è visto, il testo di “Violence in Our Minds” fu in realtà ripreso da “Skinheads” di Wootton, mentre la musica era stata composta effettivamente dalla band.

Fino a poco tempo fa, i dettagli della vicenda erano perlopiù ignoti, finché Saxby, intervistato nel 2017 dal blog inglese Creases Like Knives, non ha raccontato la sua versione dei fatti.

Il cantante originale dei Last Resort afferma di aver scoperto la verità in tempi non remoti, precisamente nel 2010:

Ecco com’è andata: il nostro manager, Micky French, mi diede un foglio e mi disse: «Uno dei ragazzi che frequentano il negozio ha scritto un testo, ti va di usarlo?».

Questo ragazzo era soprannominato “Mirror Dean”, perché una sua foto era apparsa sul Mirror.

C’erano delle frasi razziste, quindi le modificai. Un verso faceva: «Pesto un paki fino a riempirlo di lividi», quindi ho detto: «No, io questa cosa non la canto», e ho sostituito la parola “paki” con “soul boy”.

Margaret e Micky French di fronte al proprio negozio con alcuni skinhead
I coniugi Margaret e Mick French di fronte al negozio The Last Resort, in compagnia di alcuni skinhead.

Un confronto tra le versioni

In realtà, il testo originale non contiene alcun riferimento ai pakis, termine dispregiativo che, nel Regno Unito, designa non soltanto i pachistani ma anche gli altri immigrati provenienti dal subcontinente indiano: il verso incriminato, infatti, nella versione di Wootton non parla di un pestaggio ai danni di asiatici, ma di qualche «calcio sferrato a un pensionato o due». Il riferimento ai pakis potrebbe quindi essere stato inserito da Mirror Dean, o forse dallo stesso Mick French.

Dalla testimonianza di Saxby, si possono evincere altri particolari sulla genesi di “Violence in Our Minds”. Egli afferma infatti che «anche il testo era quasi uguale, a parte il fatto che c’era una quarta strofa, e inoltre mancava il coro “abbiamo la violenza in testa”».

La strofa mancante di cui parla Saxby, racconta dell’arrivo in paradiso del protagonista della canzone, e contiene altri riferimenti alla sottocultura skinhead, come l’uso dello scooter come mezzo di trasporto.

Inoltre, la seconda e la terza strofa della versione dei Last Resort sono invertite rispetto a quella di Wootton.

Si nota, poi, come dei versi di volta in volta differenti chiudano il ritornello del pezzo originale, in luogo del coro mancante segnalato da Saxby, ovvero «abbiamo la violenza in testa».

Ad esempio, uno dei ritornelli si conclude in questo modo: «Vieni, unisciti alla festa! / Vieni con noi! / Non giriamo mai da soli / Perché siamo così gregari». Come dire: «Gli skinhead sono dei pecoroni»!

Proseguendo con la testimonianza di Saxby, questo racconta, poi, di come esistano ben due versioni folk di “Skinheads”, visto che il brano fu riregistrato nel 1971 da un altro cantante dedito al folk umoristico, Fred Wedlock.

La versione dei Last Resort sembra basarsi proprio su quest’ultima registrazione, il cui testo, rispetto all’originale, presenta maggiori similarità con quello del gruppo Oi!

La canzone di Wootton, nella prima strofa, fa infatti riferimento all’incontro con un greaser, mentre nel testo di Wedlock si parla, come nella versione Oi!, di «uno stupido hippie».

Tornando all’articolo apparso su Creases Like Knives, l’intervistatore riferisce a Saxby di aver letto i commenti di Miles Wootton sulla faccenda.

Saxby risponde punto per punto, a partire dall’accusa di essere una band di estrema destra:

Sì, queste sono cose che le persone disinformate hanno sempre detto di noi.

Comunque sia, io non sapevo neanche che quella canzone esistesse, e di punto in bianco vengo a sapere che Miles Wootton sta cercando di farsi pagare i diritti d’autore dalla Captain Oi! [l’etichetta inglese ristampò l’album in formato CD nel 1993, e in edizione picture disc nel 2007].

Ho un amico folkie che conosce Wootton, il quale deve avere ormai tra i settantacinque e gli ottant’anni.

Prima di presentare il testo di “Violence in Our Minds”, vale la pena sottolineare come l’aspetto più particolare di tutta la vicenda stia proprio nel fatto che i Last Resort, a propria insaputa e a dispetto degli intenti di Wootton, abbiano trasformato una canzone contro gli skin in uno dei più noti skinhead anthems di tutti i tempi.

The Last Resort
La formazione classica dei Last Resort, con Arthur Kitchener e Roi Pearce.

Appendice – Il testo di “Violence in Our Minds” dei Last Resort

Seguono il testo della canzone – nella versione eseguita dai Last Resort – e la sua traduzione in italiano.

Violence in our minds

Walking down the road with a dozen pals of mine
Looking for some aggro, just to pass the time
We met a stupid hippie, who tried to run away
I punched him in the nose, just to pass the time of day.

Rit.:
Great big boots, great long laces
Jeans held up with scarlet braces
Get out of our way or get took for a ride
We’ve just got violence in our minds.

Wake up in the morning, I have me Ready Brek
I drink me cup of Bovril, I wring me mothers neck
I stroll into town, beat a soul boy black and blue
Put a fruit gum in the meter ’cause there’s nothing else to do.

We go to football matches, we always have a laugh
We always get some bovvering, before the second half
We have our selve a smashing time, we really have some fun
Especially when the odds are ours twentyfive to one.

Traduzione

Camminavo per strada con una dozzina di amici miei
Eravamo in cerca di un po’ di aggro, tanto per far qualcosa
Abbiamo incontrato uno stupido hippie, che ha cercato di scappare
Gli ho dato un pugno sul naso, tanto per passare il tempo.

Rit.:
Grossi scarponi, lacci lunghi
Jeans tenuti su da bretelle scarlatte
Togliti di mezzo o ti portiamo a fare un giro
Abbiamo la violenza in testa.

Mi sveglio alla mattina, mangio i miei cereali Ready Brek
Bevo il mio brodo Bovril, torco il collo a mia madre
Faccio un giro in città, pesto un soul boy fino a riempirlo di lividi
Attacco una gomma da masticare nel parchimetro perché non c’è niente di meglio da fare.

Andiamo alle partite di calcio, ci facciamo qualche risata
Facciamo sempre a botte prima del secondo tempo
Ce la spassiamo, ci divertiamo alla grande
Soprattutto se siamo in venticinque contro uno.

Published by

Flavio Frezza

Mi occupo di sottoculture (skinhead, mod, punk, ecc.) e dei generi musicali a queste connessi. Gestisco il blog Crombie Media, l'etichetta Skinhead Sounds, canto nei Razzapparte e sono il manager degli Unborn. Nel 2017 Hellnation Libri ha pubblicato il mio libro Italia Skins, e nel 2019 la stessa casa editrice ha dato alle stampe l'edizione italiana di Spirit of '69 di George Marshall, curata dal sottoscritto.

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