"Skin", il fumetto di Peter Milligan e Brendan McCarthy

Skin, il fumetto: un’intervista con Brendan McCarthy

Sta per uscire l’edizione italiana di “Skin” di Peter Milligan e Brendan McCarthy, il fumetto britannico incentrato sullo skinhead focomelico Martin Accetta. Ne parliamo con uno degli autori.

"Skin", il fumetto di Peter Milligan e Brendan McCarthy

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“Skin”, il fumetto

Il fumetto britannico Skin, ideato e disegnato da Brendan McCarthy e sceneggiato da Peter Milligan, con colori di Carol Swain, fu commissionato agli autori dalla Fleetway Publications, che intendeva pubblicarlo nel corso del 1990 sulla rivista Crisis.

La storia riguardava Martin Accetta, un giovanissimo skinhead focomelico. Il personaggio – come tanti suoi coetanei del mondo reale – era nato deforme perché alla madre, in stato di gravidanza, era stata prescritta la talidomide, un farmaco antinausea che non era stato testato a dovere sulle donne incinte.

Viste le difficoltà incontrate – il fumetto era piuttosto crudo, tanto per usare un eufemismo – la casa editrice tornò presto sui suoi passi, e lo splendido lavoro di Milligan e McCarthy rimase nel limbo fino al 1992, quando la Tundra Publishing di Kevin Eastman – creatore, insieme a Peter Laird, delle Tartarughe Ninja – lo rese finalmente disponibile al pubblico.

Martin Accetta, protagonista del fumetto "Skin"

In Italia, Skin fu pubblicato in tre parti da Tank Girl Magazine, precisamente tra il novembre del ’95 e il febbraio dell’anno successivo, ed è oggi piuttosto difficile da reperire. Fortunatamente, sta finalmente per arrivare una nuova edizione italiana, tradotta e curata da Flavio Frezza per Hellnation Libri, alla quale ho avuto il piacere di collaborare.

Flavio e io abbiamo pensato di intervistare uno degli autori, Brendan McCarthy, che come il coautore Peter Milligan era stato uno skin nei primissimi anni ’70, alla fine dell’epoca skinhead original.

Buona lettura!

Intervista con Brendan McCarthy

Quando eri molto giovane, hai vissuto gli sgoccioli dell’era original. Per quanto tempo sei stato coinvolto nella sottocultura, e cosa rappresentava per te? Ti sei interessato alle sue evoluzioni, come ad esempio ai culti suedehead e boot boy?

Sono venuto a conoscenza del movimento skinhead intorno al 1971. L’estate di quell’anno mi sono procurato una giacca Harrington, dei Levi’s Sta-prest e una camicia Ben Sherman. Ero troppo giovane per frequentare i pub e i club, ma acquistai comunque dei singoli ska e blue beat.

Non c’è molto da aggiungere sul mio coinvolgimento, visto che nel 1972 arrivò il glam rock e le mie attenzioni si spostarono su David Bowie, sui Roxy Music e sui Velvet Underground.

Anche il film Arancia meccanica (1971) ha rappresentato una grossa influenza.

Com’è nata la collaborazione con Peter Milligan? Provenite dalla stessa zona di Londra? Da quanto sappiamo, anche lui ha un passato skinhead.

Pete viveva a Muswell Hill, nel Nord di Londra, mentre io abitavo ad Hanwell, nella zona Ovest. Ci siamo conosciuti tramite Brett Ewins [influente fumettista scomparso nel 2015 – NdR], che era skin nello stesso periodo in cui lo ero anch’io, e viveva nella mia stessa strada.

All’epoca disegnavo dei fumetti skinhead sul retro dei quaderni scolastici e li facevo girare tra gli alunni dell’istituto, e questo mi ha permesso di farla franca con altri teppistelli, che altrimenti mi avrebbero probabilmente pestato.

Quando ho saputo che pure a Brett piacevano molto i fumetti, siamo diventati amici. Anche lui, come me, ha smesso di essere uno skinhead nel 1972, con il successo di Bowie.

Per quanto riguarda le avventure skinhead di Pete, purtroppo non so dirti molto.

La vostra raffigurazione della sottocultura è molto accurata, anche nei dettagli. Ad esempio, Martin indossa una camicia a righe verticali, popolare nell’era original ma poi caduta un po’ in disuso. Quando Skin è stato pubblicato in Italia, è diventato un fumetto di culto per il pubblico skinhead nostrano, e chiunque si sia rasato la testa in quegli anni lo ricorda benissimo. Anche in Gran Bretagna la storia è stata apprezzata dagli skin?

Sì, gli skin l’hanno apprezzata. All’epoca, non c’erano molti prodotti culturali sugli skinhead, a parte i libri di Richard Allen e il film Bronco Bullfrog (1969). La musica, però, era molto conosciuta.

Tutti gli altri hanno odiato Skin e, quando il fumetto è stato di fatto bandito, i mass media ne hanno parlato malissimo. Riuscire a trovare qualcuno disposto a pubblicarlo è stato un inferno, quindi… Dio benedica le Tartarughe Ninja!

Quando si parla di skinhead, si finisce spesso per parlare anche dei pregiudizi nei confronti degli immigrati indiani e pachistani, nonché della violenza ai loro danni. Alcuni skin original, pur ammettendo l’esistenza del fenomeno, sostengono che questo non riguardasse i soli skinhead e che, almeno in base alle loro esperienze, la narrazione dei mass media fosse a dir poco esagerata.

Beh, vivevo vicino a Southall, che già allora ospitava la più grossa comunità indiana di Londra, e mi recavo spesso in quel quartiere con il bus, in cerca di fumetti indiani.

Andavo al mercato per scambiare fumetti con i ragazzi del posto: portavo loro i miei albi Marvel e DC e ricevevo in cambio quelli della Amar Chitra Katha [nota anche come ACK Comics – NdR]. Personalmente, non ho mai assistito ad alcun episodio di violenza, anche se ne ero a conoscenza visto che ne parlavano i media.

Da quanto ho potuto osservare di persona, devo dire che in genere britannici e indiani vanno molto d’accordo. Credo che questo abbia in qualche modo a che fare con l’induismo, nonché con una compatibilità di base tra le due culture.

Tu e i tuoi amici avevate contatti anche con altri gruppi etnici, e in particolare con gli immigrati giamaicani, o vi limitavate ad ascoltare la loro musica e magari a prendere in prestito qualche idea per l’abbigliamento?

Nella mia via vivevano dei ragazzi giamaicani che seguivano prima la musica ska, e poi il reggae. Indossavano cappotti Crombie e scarpe oxblood oppure loafer. Anche con loro, nessun problema.

Naturalmente, la 2 Tone ancora non esisteva, per cui non si trattava di un “movimento” con una coscienza di sé, ma semplicemente di comuni ragazzi dei primi anni ’70 che condividevano le stesse passioni.

Onestamente, ho subito più aggressioni quando ho iniziato a seguire il glam rock e a scimmiottare Bowie e Eno. Ho sviluppato una forte abilità nella corsa: a quei tempi i tuoi piedi dovevano essere veramente allenati, a meno che non ti andasse di essere preso a calci dai Neanderthal locali.

Cosa ascoltavate, a parte il reggae? In Skin, Marc Bolan viene associato agli hippie, mentre oggi si riconosce al glam una grossa influenza sulla successiva musica Oi! Inoltre, molti gruppi skinhead moderni fanno apertamente il verso a formazioni glam di matrice working class come gli Slade.

Sì, certo, gli Slade erano ritenuti accettabili, visto che erano stati skinhead. Però c’erano dei gruppi glam dai quali stavamo veramente alla larga, e che avevano il loro pubblico di segaioli.

Noi che eravamo un po’ più sofisticati e avevamo un approccio più artistico preferivamo imitare gente come Bryan Ferry e Lou Reed.

Torniamo agli skin. Ti sei in qualche modo interessato al revival skinhead della seconda metà degli anni ’70, oppure alla scena Oi! di qualche tempo dopo?

Non mi sono mai interessato all’Oi!, ma la scena 2 Tone mi piaceva moltissimo, tanto che in quegli anni ho realizzato un fumetto indipendente a tema, Doctor Cypher. Questo è successo molto prima di farmi un nome nel mondo dei fumetti.

Dr. Cypher

La nostra impressione è che i tuoi lavori – e in particolare Skin – subiscano l’influenza del surrealismo e dell’espressionismo. Ad esempio, gli occhi di Martin sono talvolta vacui e oscuri, mentre in altre occasioni il suo sguardo è molto intenso ed esprime la sua ribellione e la sua enorme rabbia. Come sei arrivato a ottenere questi risultati, e quali sono le tue effettive influenze?

Sia Milligan che io abbiamo frequentato un istituto d’arte. Abbiamo studiato l’espressionismo, il surrealismo e il dadaismo e abbiamo accolto quegli stili artistici e le loro filosofie all’interno dei nostri fumetti.

Per quanto riguarda Skin, decisi di contattare Carol Swain, una delle migliori artiste britanniche dell’epoca. Le chiesi di aiutarmi con i colori, visto che si trattava di un lavoro mastodontico. Mi piacevano i lavori di Carol per via del suo approccio stradaiolo, quindi ho pensato che collaborare con lei sarebbe stata la cosa migliore.

In qualche caso, ho disegnato sopra i suoi colori per enfatizzare l’espressione di qualcuno o per evidenziare qualche dettaglio, ma in linea di massima ho evitato di intervenire sul suo lavoro, visto che funzionava così com’era.

L’assenza di vere e proprie vignette – con la storia che si dipana liberamente nelle tavole – contribuisce a rendere Skin un capolavoro dalla forte connotazione surrealista e psichedelica. Ti va di dirci di più sulle tecniche che hai utilizzato?

Ho disegnato a matita su della carta colorata per poi tracciare le linee con l’inchiostro, cancellando poi la matita in modo che Carol potesse lavorare su dei tratti semplici e ben visibili. Osservando il fumetto, puoi notare che qua e là quelle linee sono ancora visibili. Ho deciso di lasciarle perché quel tipo di rozzezza si adattava bene al resto del fumetto.

Quando iniziavo un nuovo lavoro, sceglievo lo stile che mi sembrava più adatto. Ad esempio, nel caso di Rogan Gosh [fumetto Indian sci-fi pubblicato nel 1990 – NdR] ho optato per un approccio psichedelico che ricordava la psichedelia indiana. Potete notare uno stile simile anche nelle copertine degli album di Jimi Hendrix.

Tornando a Skin, volevo che la storia – invece che essere suddivisa in vignette distinte – si svolgesse liberamente all’interno delle tavole e fosse tenuta insieme dall’ottima sceneggiatura di Pete.

Le nuvolette con i dialoghi e le didascalie sono state posizionate in modo da guidare il lettore nel corso della narrazione. Questa scelta ha funzionato benissimo, si è dimostrata perfetta per quel lavoro.

Rogan Gosh

Surrealismo, dadaismo ed espressionismo hanno influenzato il punk, manifestandosi tanto nell’abbigliamento quanto nella musica e nelle arti visive. Questi influssi si sono rivelati particolarmente adatti a sottolineare l’espressività della sottocultura, così come il suo intento di abbattere canoni e consuetudini. Hai avuto contatti con la scena punk? Credi che questa ti abbia in qualche modo influenzato?

Per dirla tutta, il punk mi ha influenzato tantissimo, molto di più della cultura skinhead. Adoravo le grafiche che Jamie Reid aveva realizzato per i Sex Pistols: quell’abrasività post-warholiana è ancora presente nei miei lavori.

Quando è esploso il punk, frequentavo l’istituto artistico, pertanto ho realizzato un sacco di disegni e collage che ne traevano ispirazione. Quel tipo di influsso è particolarmente evidente nel primo lavoro che abbia mai pubblicato, The Electrick Hoax, realizzato per Sounds [si trattava di un fumetto a puntate uscito nel corso del 1978 sulla nota rivista musicale britannica – NdR]. Si è trattato, tra l’altro, anche della mia prima collaborazione con Milliganista.

L’ethos del punk ha subito una grossa influenza anarchica da parte del dadaismo.

Brendan McCarthy
Brendan McCarthy in epoca punk.

Sei uno degli sceneggiatori del film Mad Max – Fury Road (2015) di George Miller. Credi che il punk abbia influenzato anche quel lavoro?

Quando ho conosciuto George Miller a Hollywood, avevo già realizzato insieme a Pete un fumetto ispirato al film Interceptor – Il guerriero della strada (1981), ed ero ossessionato dalla serie Mad Max ormai da qualche anno.

Pertanto, l’ho letteralmente sfinito chiedendogli tutto ciò che potevo sul film e su come era stato girato. Gli ho spiegato come mai lo trovassi così grandioso, e gli ho parlato di come riconoscessi nei primi due capitoli della serie una sorta di guerrilla filmmaking e dei motivi per cui li ritenevo così differenti da tutta la robaccia che proveniva generalmente da Hollywood.

Quei lungometraggi erano caratterizzati da un ruvido realismo che me ne fece innamorare. Lo scrittore J.G. Ballard li ha definiti «la Cappella Sistina del punk».

A un certo punto, ho parlato a George di una mia idea per un eventuale seguito della serie Mad Max. La mia proposta gli è piaciuta, quindi mi ha chiesto di occuparmi insieme a lui della sceneggiatura e del design. A quel punto ci siamo chiusi in una stanza per due anni e abbiamo tirato fuori storia, copione, personaggi e design, e poi siamo passati allo storyboard.

Mentre lavoravo al film, venni a sapere che Mel Gibson avrebbe ripreso il ruolo di Mad Max, anche se poi le cose sono andate diversamente [in seguito ad alcuni problemi, il personaggio fu infine affidato a Tom Hardy – NdR].

Credo ancora che Mel sarebbe stata una scelta più azzeccata rispetto a quel tizio nuovo, ma così vanno le cose nello show business. Comunque sia, il film è comunque venuto bene e si è rivelato un seguito più che dignitoso dei primi tre capitoli.

Tornando a Skin, le influenze dei romanzi pulp degli anni ’70 – di cui abbiamo parlato più volte in passato –  ci sembrano piuttosto evidenti. Tuttavia, la storia di Martin è molto più riflessiva e intelligente rispetto ai libri di Richard Allen, che erano basati soprattutto sull’exploitation e avevano un sottotesto conservatore, se non reazionario. Ti va di parlare dei tuoi influssi letterari?

All’inizio degli anni ’70, quei romanzi erano considerati libri di culto sia da me che da chiunque altro e credo di averli letti quasi tutti. Indubbiamente, mi hanno fatto comprendere come gli skinhead potessero essere una buona fonte d’ispirazione per un fumetto!

All’epoca, non mi rendevo conto delle implicazioni politiche di quei libri. Ero troppo giovane perché me ne potesse importare qualcosa ed ero preso unicamente dalle storie e dai personaggi. Inoltre, ero felice di vedere che una cultura su cui ero tanto informato fosse in qualche modo riconosciuta in campo letterario.

Un giorno, a Ealing, vidi uno skinhead focomelico. Quell’immagine rimase profondamente impressa nella mia mente, tanto che anni dopo buttai giù una storia con relativo finale e chiesi a Peter se aveva voglia di sceneggiarla. Lui accettò e fece un lavoro eccezionale, tanto che si tratta di una delle cose migliori che egli abbia mai realizzato.

La storia è veramente potente, molto dinamica e di effetto, e riguarda la violenza brutale delle multinazionali in contrapposizione a quella successiva della cultura skinhead. Probabilmente, è il fumetto di cui sono più orgoglioso, lo trovo implacabile e folle.

Secondo me, è uno dei migliori fumetti britannici mai realizzati, anche se questo non gli è stato riconosciuto dall’ambiente fumettistico britannico, che è composto in gran parte da nerd di tendenze woke. Visto che Skin parla degli skinhead, è stato ignorato in quanto sgradevole e politicamente scorretto.

Non ho mai avuto molto a che fare con quella scena fumettistica e, per quanto possibile, ho sempre cercato di starne alla larga. Quegli ambienti rappresentano tutto ciò che uno skin come Martin Accetta odierebbe. ‘Kinell! [contrazione di fucking hell – NdR].

Stai lavorando a qualcosa in questo momento? Ti va di parlarne?

Lavoro sempre a qualcosa. Ora vivo nell’Irlanda occidentale e continuo a fare arte, in particolare dipinti e disegni a pastello. E faccio ciò che più mi aggrada, come al solito.

"Skin", il fumetto di Peter Milligan e Brendan McCarthy

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Pubblicato da

Alessandro Aloe

Sono uno skinhead da oltre venti anni. Mi appassionano l'arte, il cinema, la musica, la fotografia, la lettura, la storia, i tatuaggi e le sottoculture. Mi occupo di grafica, disegni, dipinti e restauro librario e cartaceo presso lo studio Moriarty Graphics. Opero anche come tatuatore freelance.

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