Chris Harward: mio figlio, lo skinhead

Mio figlio, lo skinhead: il giovane Chris Harward

Una breve intervista con un giovane skinhead original e con i suoi genitori, tratta da un quotidiano dell’epoca

My son, the skinhead

🇬🇧 Non-Italian readers take note! This blog post about Chris Harward is only available in Italian, anyway you can take a look at our English language post on Instagram. However, if you still want to read the complete version of the following article, you can rely on Google Translate for a rough translation.

Chris Harward

Presentiamo un vecchio articolo di Bruce Maxwell, pubblicato in epoca skinhead original dal quotidiano inglese Daily Sketch, e poi riproposto da George Marshall nel libro Spirit of ’69 – A Skinhead Bible (GB 1991). Si tratta di un’intervista con il giovanissimo skin londinese Chris Harward e con i suoi genitori, che abbiamo già riprodotto in lingua originale sul nostro profilo Instagram.

In occasione dell’intervista, vennero scattate delle fotografie, tra le quali l’immagine di copertina di questo post, che appare anche nell’articolo originale di Maxwell. Le foto portano la firma di Bill Rowntree e la data del 10 aprile 1970, mentre secondo Marshall l’incontro tra Chris Harward e il giornalista sarebbe avvenuto in un giorno imprecisato del 1969. Tendiamo a credere che l’intervista abbia effettivamente avuto luogo nel 1970, e che l’informazione fornita da Marshall sia inesatta.

Ma torniamo a Chris: nel corso della conversazione, il giovane skinhead parla di uno dei divertimenti tipici della sua gang, ovvero picchiare gli studenti francesi, in mancanza di altri bersagli come pachistani e neri.

In assenza di ulteriori informazioni – le dichiarazioni riportate sono ridotte al minimo, e inoltre l’articolo non ha certo un taglio sociologico – potremmo dire che la cosa più importante per il giovane skin e i suoi amici fosse avere qualcuno da malmenare, specie se non appartenente alla propria comunità.

Maggiori informazioni sul razzismo eventualmente presente tra le prime teste rasate si trovano nell’intervista con lo skinhead original Paul Thompson, che affronta l’argomento con grande onestà intellettuale, e alla quale rimandiamo per approfondimenti.

Intervista con lo skinhead original Chris Harward

La stampa e gli skinhead original

Un altro tema toccato nell’intervista con Paul Thompson è proprio quello delle attenzioni dedicate dai giornali dell’epoca allo stile di vita skin: «Quando la stampa iniziò a occuparsi di noi nel 1969, i ragazzi più giovani leggevano le notizie che ci riguardavano e prendevano coscientemente la decisione di diventare skinhead. La differenza d’età tra i due gruppi non andava oltre i cinque anni».

Nel ’69 la sottocultura era al suo apice, tanto che Thompson, alla fine dell’anno, ebbe «l’impressione che tutti i ragazzi di Londra stessero diventando skinhead». Chris, dunque, apparteneva alla schiera dei più giovani, quelli che si avvicinarono al culto quando era ormai un fenomeno di massa.

Prima di passare al breve articolo di Maxwell, riportiamo un altro passaggio della conversazione con Thompson, allo scopo di favorire la comprensione del contesto in cui ebbe luogo l’intervista con Chris Harward: «La stampa cominciò ad occuparsi di noi e vennero intervistati alcuni ragazzi a proposito di determinati argomenti. Le dichiarazioni rilasciate rappresentarono, per certi giovani, una specie di guida su come diventare skinhead. Come accade in qualsiasi gruppo giovanile, i ragazzi a volte sono un po’ pecoroni».

L’intervista

Mio figlio, lo skinhead

Di BRUCE MAXWELL

CHRIS HARWARD è uno skinhead. Ha appena quindici anni, va ancora a scuola, e sua madre ha pagato 5 £ i suoi bovver boots.

«Ho partecipato a delle risse, ho dato calci con gli scarponi e sono stato calpestato dagli sbirri», racconta Chris con orgoglio.

Chris dice che, per divertirsi, lui e la sua gang di Streatham – i Blue Diamond Boys, che prendono il nome dal luna park locale – vanno a caccia dei Frenchies, ovvero gli studenti francesi che vivono nel Sud di Londra.

«Qua non ci sono paki (pachistani)», spiega Chris, «e i neri si trovano tutti a Brixton».

Chris – che è alto quasi un metro e mezzo [deve trattarsi di un refuso: a giudicare dalla foto, il ragazzo è chiaramente più alto – NdR] – ha rilasciato questa dichiarazione con agghiacciante leggerezza nel bar di una sala da bowling nel Sud di Londra.

Ho organizzato un incontro con Chris e i suoi genitori due giorni dopo, a casa loro, nella grande tenuta di Clapham Park. Senza la sua gang, tutta la spavalderia lo aveva abbandonato. Iniziai a chiedermi se si trattava dello stesso ragazzo.

Sua madre, la cameriera quarantenne Joan Harward, ha dichiarato: «Abbiamo provato a non farlo uscire, ma credo sia sbagliato. Gli abbiamo dato fiducia. Cos’altro potremmo fare?».

Suo padre, l’imbianchino quarantatreenne William Harward, ha detto: «Non tollererei che Chris andasse in giro a picchiare i pachistani, né chiunque altro. Siamo severi con lui».

Chris non ha battuto ciglio, ammesso che sia vero quanto ha dichiarato di aver fatto di fronte ai membri più grandi della sua gang.

Ma la signora Harward ha aggiunto: «Mio figlio non si è mai messo nei guai».

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Pubblicato da

Flavio Frezza

Mi occupo di sottoculture (skinhead, mod, punk, ecc.) e dei generi musicali a queste connessi. Gestisco il blog Crombie Media, l'etichetta Skinhead Sounds, canto nei Razzapparte e sono il manager degli Unborn. Nel 2017 Hellnation Libri ha pubblicato il mio libro Italia Skins, e in seguito la stessa casa editrice ha dato alle stampe le edizioni italiane di Spirit of '69 e di Skinhead Nation di George Marshall, curate dal sottoscritto. Se vuoi saperne di più, leggi il seguente articolo: Un’intervista con Flavio Frezza: gli skinhead italiani e il libro “Italia Skins”.

2 commenti su “Mio figlio, lo skinhead: il giovane Chris Harward”

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