Boneheads: how to recognise one

Le origini del termine “bonehead”

Questa parola – che viene comunemente usata per designare gli skin di estrema destra – è stata originariamente impiegata per indicare un filone del revival skinhead di fine anni ’70

Skunk
Un gruppo di skinhead revivalisti e di punk. Fonte: G. Marshall, Spirit of ’69 – A Skinhead Bible (GB 1991).
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Secondo alcuni, il revival skinhead inglese sarebbe interamente imputabile all’esplosione del punk rock; in realtà, in quegli anni, il ritorno delle teste rasate era già nell’aria, almeno secondo quanto afferma lo scrittore skin di Glasgow, George Marshall, nell’imprescindibile Spirit of ’69 – A Skinhead Bible (GB 1991).

Nel libro successivo, Skinhead Nation (GB 1994), l’autore scozzese approfondisce l’argomento, raccogliendo diverse testimonianze che parlano della rinascita della sottocultura, almeno in parte anteriore all’affermazione del punk. Tra l’altro, il revival era già stato evocato nel 1976 dal cantante reggae Judge Dread nella splendida “Bring Back the Skins”.

A dirla tutta, nel Nord del paese gli skin non erano mai scomparsi, anche perché avevano trovato nella scena northern soul un nuovo punto di riferimento. Tuttavia, a Londra, così come in altre zone dell’Inghilterra, pochi skinhead erano sopravvissuti all’epoca original, e molti revivalisti erano effettivamente ex-punk. Questi ripresero solo gli elementi più duri dello stile, estremizzandoli: capelli cortissimi (talvolta rasati a zero), jeans molto attillati, scarponi che andavano oltre i canonici 8 o 10 buchi e ostentazione della Union Jack erano soltanto alcune delle caratteristiche più evidenti. Le nuove teste rasate erano dette “skunk”, voce derivante dalla fusione di “skin” e “punk”. Lo stesso termine andò poi a indicare anche i gruppi Oi! in cui erano presenti componenti sia punk che skinhead, come gli Infa Riot di Londra e i Blitz di New Mills, entrambi formatisi intorno al 1980.

Blitz
I Blitz. Fonte: Punky Gibbon.

Tornando ai nuovi skin, non era solo il loro aspetto a disgustare i tradizionalisti, ma anche la violenza indiscriminata e l’abitudine di sniffare la colla, così come altri atteggiamenti che venivano ricondotti più al punk che allo stile delle origini. Non ci volle molto, quindi, perché gli skunk iniziassero ad essere chiamati “bonehead” – letteralmente “imbecilli” – da chi invece si rifaceva al look e alla musica degli esordi. Si noti, tuttavia, che la contrapposizione tra i due gruppi non era totale, visto che tra queste tendenze non mancavano punti di contatto e sfumature.

Come è risaputo, gli anni del revival furono gli stessi in cui le organizzazioni di estrema destra – il British Movement e soprattutto il National Front – riuscirono con successo a infiltrarsi nel mondo delle sottoculture e, in particolare, in quella skinhead, principalmente nella variante skunk. L’atteggiamento di chi aveva vissuto l’epoca original è ben riassunto dalla testimonianza di Paul Thompson:

Mi limitai a pensare: “Prima le cose non stavano esattamente così, sia per quanto riguarda l’abbigliamento che per quanto attiene all’attitudine”. Mi parvero belligeranti ex-punk dalla testa rasata che entrarono alla grande nel National Front. Si limitarono a prendere una parte degli aspetti più duri del nostro look e se ne appropriarono. Sentii che c’era una completa disconnessione.

L’ingresso della politica di estrema destra nella scena causò diverse reazioni: a fronte dell’indifferenza di alcuni, altri evidenziarono la loro politicizzazione a sinistra – ad esempio coniando il termine “redskin” – ed altri ancora tentarono un percorso di recupero e di valorizzazione della sottocultura original. Tra questi vi furono, nei primi anni ’80, i redattori della skinzine Hard As Nails, che si rivolgeva agli skinhead sussed – cioè curati nello stile – e prendeva nettamente le distanze dai nazi.

In Scozia fu attiva la crew Glasgow Spy Kids, un cui componente, Ewan Kelly, intorno alla metà degli anni ’80 inventò il motto spirit of ’69. Tra le attività degli skin di Glasgow – che avevano formato il raggruppamento in seguito alla crescita dei bonehead white power nella loro città – c’era la pubblicazione di una fanzine, Spy Kids, prodotta a partire dal 1986. Nel numero 2 della skinzine, uscito nel 1987, apparve una vignetta di Kelly, così intitolata: “I bonehead – Come riconoscerli”.

Boneheads: how to recognise one

L’illustrazione riproduceva un po’ tutti gli stereotipi riconducibili ai bonehead: i tatuaggi facciali, l’aspetto eccessivamente duro e poco curato, il vizio della colla, l’adesione ai movimenti di estrema destra. L’ultima didascalia – «un tipico giorno di divertimento dei bonehead» – rimanda a un ritaglio di giornale: «La polizia, ieri, ha effettuato 90 arresti, quando degli yobbo aderenti al National Front, nel corso del Bank Holiday, hanno invaso un raduno di 10.000 scooteristi a Great Yarmouth. La pop star anni ’60 Desmond Dekker è stata coinvolta in una rissa».

Alla luce del fatto che molti bonehead avevano simpatie naziste, questo termine, con il passare del tempo, è stato usato sempre più frequentemente nell’accezione di “skin white power”, pur senza perdere del tutto il suo valore originale. Questa ambiguità ha portato a una serie di fraintendimenti, nei quali è incappato soprattutto chi si è occupato del culto senza conoscerlo a fondo.

Lo scrittore ed artista Stewart Home, ex-skinhead, nel consigliatissimo Cranked Up Really High: Genre Theory & Punk Rock  (GB 1995), utilizza costantemente il termine “bonehead” nel suo significato originario, ad esempio definendo in questo modo Roi Pearce, voce del gruppo Oi! The Last Resort, il quale – a suo avviso – si rifaceva al filone più terra terra della sottocultura. L’autore, soffermandosi sull’Oi!, scrive inoltre che il sottogenere non è del tutto rappresentativo degli skin – visto che costituisce solo una parte del loro patrimonio musicale – e che questo tipo di musica è particolarmente caro ai bonehead, «che non sono né boot boys né grease ma un incrocio tra le due sottoculture».

Cranked Up Really High by Stewart Home
Una delle edizioni di Cranked Up Really High. Stewart Home applica la teoria dei generi all’evoluzione del punk rock per spiegare la nascita dell’Oi!, del RAC (acronimo di “Rock Against Communism”), delle riot grrrl, ecc. Il volto cerchiato nella foto di copertina è quello dell’autore.

Nello spiegare l’attaccamento delle teste rasate a questa corrente del punk rock, lo scrittore finisce per fornire un’interessante interpretazione dell’evoluzione da punk a skunk:

Il movimento skinhead delle origini, anche se si scatenava al ritmo del primo Reggae o dei dischi della Tamla Motown, non aveva una propria musica. Dunque la combinazione di abbigliamento skinhead e musica PUNK fu all’inizio una grande novità, sebbene fosse abbastanza scontato che i Punk ideologici, alla ricerca di una retorica vestiaria che sottolineasse la loro immersione teatrica nella classe operaia, fossero attratti da un look che percepivano come sano, non guastato dalle influenze borghesi.

The Last Resort
La formazione classica dei Last Resort. Roi Pearce è il secondo da sinistra.

Ma veniamo agli equivoci indotti dall’ambivalenza del sostantivo “bonehead”. Nel 1996 il libro di Home è stato edito in italiano con il titolo stupido e fuorviante Marci, sporchi e imbecilli – 1976-1996: la rivolta punk non si è mai fermata, che non rende affatto l’idea dei contenuti. Ebbene, il traduttore – rifacendosi a uno studio sociologico – spiega in nota come il termine “bonehead” corrisponda a ciò che i mass media definiscono “naziskin”, a dispetto del fatto che lo stesso Home, parlando di Roi Pearce, dichiari che il personaggio in questione costituisce la dimostrazione che «non tutti i “patrioti” boneheads sono destinati a trasformarsi in rompiballe razzisti». Ed è così che per i lettori poco attenti e non al di dentro della sottocultura i Last Resort rischiano di trasformarsi in un gruppo white power! Chissà cosa penserebbero di tutto questo non soltanto Pearce, ma anche il bassista Arthur Kay, che è pure un musicista ska, e il cantante originale Graham Saxby, il quale, come altri membri della band, ha in più occasioni sottolineato la propria estraneità alla politica di estrema destra?

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