Intervista con Stewart Home

Un’intervista con Stewart Home: sottoculture, pulp e, ovviamente, Marx

“Le comunità che creano una cultura sono più importanti della cultura stessa, ma quelle comunità dovrebbero essere espansive e inclusive, così come lo è la classe operaia nella sua totalità”

Stewart Home, 1980
Stewart Home indossa una maglietta decorata da lui stesso in stile action painting (1980).
Non-Italian readers take note! This interview with Stewart Home is also available in English language!

Stewart Home e le sottoculture

Stewart Home è un agitatore culturale, scrittore di saggi e romanzi, artista, storico dell’arte, comunista ed ex-neoista, ed è attualmente impegnato nella lotta contro la gentrificazione di Londra, dove è nato nel 1962.

Per quanto riguarda gli interessi specifici di questo blog, Stewart Home ha vissuto in prima persona l’esplosione del punk rock e il revival skinhead – è stato skin per circa un ventennio, a partire dalla fine degli anni ’70 – e ha fatto parte, inoltre, di alcuni gruppi ska e punk rock.

Passando ai suoi lavori scritti, bisogna ricordare la fanzine punk di fine anni ’70 – Down in the Street – nonché i romanzi pulp – diversi dei quali sono focalizzati sui culti giovanili – e l’interessante e divertente Cranked Up Really High – Genre Theory and Punk Rock – di cui abbiamo parlato nell’articolo dedicato al revival skinhead e ai bonehead. Questo libro è stato edito anche in Italia, purtroppo con una traduzione non sempre precisa e, soprattutto, con lo sciagurato titolo Marci, sporchi e imbecilli – 1976-1996: la rivolta punk non si è mai fermata.

Visto che in rete sono disponibili molte informazioni e interviste relative alle attività artistiche e intellettuali di Stewart Home – a partire dal sito Stewart Home Society – abbiamo deciso di concentrarci soprattutto sulla musica e sulle sottoculture giovanili degli anni ’70 e dei primi ’80. Buona lettura!

Stewart Home, late '70s
Stewart Home e un amico in treno, diretti verso un concerto degli UK Subs (1978 o 1979).

L’intervista

Ti sei unito alla scena punk quando eri molto giovane. Immaginiamo che tu abbia adottato il look skinhead nel corso del revival di fine anni ’70. Puoi spiegarci in maniera più dettagliata come sei stato coinvolto nel mondo delle sottoculture?

La sottocultura era una parte normale della crescita negli anni ’70, sia a Londra che nel resto del Regno Unito, soprattutto per quanto riguarda i ragazzi della classe operaia. Quindi, la mia immersione nelle sottoculture giovanili precede sia il punk che il revival skinhead.

Uno dei primi gruppi che mi sono piaciuti sul serio sono stati i T.Rex, soprattutto i loro primi successi come “Get It On”Quando ero a casa, la radio era sempre sintonizzata sulle stazioni pop, quindi ho ascoltato in tempo reale tutti i successi degli anni ’60 e ’70.

Detto ciò, i miei gusti erano diversi da quelli dei ragazzi più grandi. Quando i Beatles si sciolsero nel 1970, alcuni degli studenti che prendevano l’autobus con me erano sconvolti, ma a me non importava perché non ascoltavo né loro né gli Stones, che ritenevo gli idoli della generazione precedente.

Quando avevo otto o nove anni, a parte i T.Rex mi piacevano un sacco di cose differenti, ma apprezzavo soprattutto i dischi reggae che, a quei tempi, finivano in classifica – si trattava della frangia più commerciale dello skinhead reggae – e naturalmente mi piacevano la Motown e altra musica soul.

All’epoca, all’età di 11 anni si passava dalla scuola primaria a quella secondaria – che terminava a 16 anni – a meno che non si superassero gli 11 esami supplementari che ti permettevano di entrare in una grammar school [tipo di scuola analoga ai licei italiani – NdR], il che non è successo né a me né a molti altri ragazzi della classe operaia.

La sottocultura diventava una faccenda un po’ più seria quando si passava alla scuola secondaria. Agli inizi degli anni ’70, la mia scuola era diventata famosa per la violenza degli skinhead che la frequentavano: c’erano molte storie che li riguardavano e che venivano riportate dalla stampa nazionale. Mi iscrissi a quell’istituto nel 1973, e allora gli skinhead – che erano emersi dal lato duro dei mod – si erano già evoluti prima in suedehead, e poi in boot boy.

Molti ragazzi della mia scuola indossavano vestiti che erano di due fasi successive rispetto al look skinhead: avevamo i capelli lunghi, indossavamo pantaloni Oxford bag, camicie a fantasia col colletto ampio – spesso di tipo button down – e, naturalmente, gli scarponi. Preferibilmente, questi dovevano essere dei Dr. Martens rosso ciliegia che arrivavano fino al ginocchio, però erano costosi, quindi io avevo degli scarponi militari più economici.

Il look boot boy s’incrociò in qualche misura con il northern soul, che era una delle sottoculture presenti nella mia scuola. Quando diventammo un po’ più grandi, alcuni ragazzi della mia classe, nei fine settimana, iniziarono ad andare regolarmente al Wigan Casino. Tutti quanti conoscevano le canzoni più popolari di quella scena, anche se quelli che seguivano di più il northern soul ascoltavano della roba veramente sconosciuta.

C’era anche una piccola scena ancora al di dentro della sottocultura mod. Quei ragazzi seguivano molto gli Who, e questo accadeva molto prima del revival mod di fine anni ’70.

La contrapposizione sottoculturale più importante era tra soul boy e greaser: questi ultimi aspiravano a comprarsi una moto, quando sarebbero diventati più grandi, e si comportavano come gli hells angel. Tuttavia, il culto soul boy era molto più potente della cultura biker. Tutti noi leggevamo i libri sui biker, ma i greaser erano davvero una minoranza.

Dal punto di vista musicale, il punk può essere fatto risalire come minimo agli anni ’60, ma come sottocultura è chiaramente un prodotto di metà anni ’70.

Nell’estate del 1976, guardando lo spettacolo televisivo So It Goes, scoprii la scena punk rock di allora e decisi di seguirla. C’era una ragazza della mia classe che, nello stesso periodo, decise di diventare una punk rocker, e per un anno – dall’estate del ’76 fino a quella successiva – fummo gli unici punk dell’istituto. In seguito ve ne furono altri, ma era ancora una cosa piuttosto minoritaria, almeno finché non terminammo la scuola nel 1978.

Quando seguivo il punk andavo d’accordo con i soul boy della mia scuola, visto che mi piaceva quel tipo di musica, e a loro non importava il fatto che mi piacesse anche il punk. Ho sperimentato molto più bigottismo nella scena punk a proposito del mio interesse per il soul, visto che in quell’ambiente non era considerato fico.

A un certo punto, molti soul boy attraversarono una sorta di crisi d’identità, visto che erano divisi tra quelli che preferivano continuare a seguire il northern soul e quelli che volevano andare in direzione jazz-funk. Per me questo non è mai stato un problema, visto che pensavo che ognuno dovesse semplicemente ascoltare ciò che più gli piaceva, e inoltre era possibile interessarsi a più cose contemporaneamente.

Alla fine degli anni ’70 trovavo il look punk troppo trasandato, quindi passavo dall’abbigliamento mod a quello skinhead. Se avevi i capelli corti ma non troppo, una sera potevi essere mod, e quella successiva skinhead. E inoltre potevi indossare molti degli stessi capi d’abbigliamento, come le camicie button down, gli sta prest e gli harrington. A fare la differenza era il fatto di indossare gli scarponi oppure un paio di scarpe, anche se – naturalmente – le magliette con il target e altri capi erano strettamente mod! Quando si trattava di concerti punk, stemperavo un po’ l’abbigliamento, nel caso in cui non volessi andare come skinhead.

Alcune band del revival mod erano davvero grandi dal vivo, anche se i dischi di una parte di quelle formazioni non furono altrettanto validi. Ho visto tutti quei gruppi, ma – per quanto riguarda i più famosi – i Purple Hearts erano i migliori, sono andato a vederli numerose volte.

Stewart Home, 1983
Stewart Home (1983).

Quali erano le influenze culturali dei ragazzi della tua generazione? Questi influssi si intersecavano, in qualche misura, con il mondo delle sottoculture?

Leggendo la vostra intervista con Tim Wells, ho notato come abbia parlato diffusamente dei libri che giravano nella scuola che frequentava, e che rispecchiavano la nostra cultura. Tim è del Nord di Londra, mentre io sono del Sud, ma le letture citate sono le stesse che erano diffuse anche nel mio istituto. Si trattava dei libri pubblicati soprattutto – ma non esclusivamente – dalla New English Library, nonché dei romanzi di guerra come quelli scritti da Sven Hassel. Inoltre, Tim ha menzionato I Topi di James Herbert, che era grandioso.

Il libro L’Esorcista di Peter Blatty ha avuto un certo impatto: saremmo andati tutti a vedere il film, ma i gestori dei cinema non ci lasciavano entrare perché eravamo minorenni. All’epoca i gestori non badavano troppo all’età degli spettatori, quindi – finché dichiaravi di avere 18 anni – in genere ti lasciavano guardare i film di Bruce Lee e di arti marziali, che io andavo a vedere ogni volta che potevo. Alcuni gestori ti dicevano che, se fossero arrivati gli sbirri, avresti dovuto giurare che il cassiere ti aveva chiesto l’età e che tu gli avevi detto di essere diciottenne, ma alla maggior parte di loro interessavano più i soldi che il fatto che stessero infrangendo la legge. Tuttavia, quando si trattava di film porno oppure di horror vietati ai minori, i gestori scacciavano i dodicenni, visto che – chiaramente – pensavano che non li avrebbero dovuti vedere.

Le nostre letture erano fortemente influenzate dal cinema: andavamo quasi tutti a vedere i film di James Bond, e leggevamo pure i romanzi di Ian Fleming. Non c’erano molti ragazzi, a parte me, che leggessero romanzi di fantascienza, oppure fantasy. Mi piaceva molto Michael Moorcock quando avevo 12 anni, così come i libri di Elric, ma non ho cominciato a leggere quelli di Jerry Cornelius fino a 15 o 16 anni. Non mi piacevano i romanzi di Sven Hassel – li consideravo merda nazista – ma molti altri li apprezzavano.

E anche se pur’io, come tutti gli altri, leggevo i libri skinhead di Richard Allen, mi rendevo conto di come fossero estremamente reazionari, e preferivo la politica più progressista dei romanzi sugli hells angel scritti da Mick Norman. Dopo lo smantellamento dell’Angry Brigade, i motociclisti fuorilegge di Norman rappresentavano l’ultima speranza di libertà di fronte a un regime autoritario, e inoltre i biker omosessuali erano addirittura più duri degli etero.

Va tenuto conto del fatto che quello era un periodo di scioperi di massa – inclusi quelli importantissimi dei minatori, che portarono ai tagli delle forniture di energia elettrica e a provvedimenti come la Three-Day Week – pertanto si parlava molto di politica, e sembrava davvero che ci fosse la possibilità di grandi cambiamenti e della fine del capitalismo.

Prendevo in prestito Il Capitale dalla biblioteca locale e lo mettevo sul banco, a scuola, per infastidire gli insegnanti reazionari. Avevo pure una copia di My Queen and I, il bestseller repubblicano di Willie Hamilton, e anche questo turbava molti professori. Quindi, quando all’età di 14 anni scoprii la sottocultura punk, mi sembrò perfetta per me.

All’epoca in TV davano soprattutto commedie, trasmissioni sportive, spettacoli di musica pop e vecchie pellicole cinematografiche. Esistevano soltanto tre canali, e una volta o due a settimana trasmettevano i vecchi film muti espressionisti, oppure gli horror della Universal o quelli più recenti della Hammer. Ma per ore intere, durante la giornata, in TV non c’era niente d’interessante, quindi leggevamo i romanzi pulp.

La maggior parte dei ragazzi che conoscevo amavano pure i western all’italiana. Rimasi impressionato soprattutto da Un Esercito di 5 Uomini (1969), sceneggiato da Dario Argento, che vidi in TV in tarda serata a metà anni ’70. All’epoca non sapevo che il film appartenesse a un sottogenere chiamato “Zapata Western“, la cui nascita viene spesso fatta risalire a Quién Sabe? (1967), così come non ero al corrente del fatto che quei film fossero interpretati come una critica all’imperialismo.

Fu solo negli anni ’80, con l’arrivo del VHS, che ebbi modo di conoscere l’ampia produzione cinematografica italiana degli anni ’60 e ’70. Non sono un grande fan di Dario Argento, ma amo Mario Bava, Fernando Di Leo e gli horror di Lucio Fulci.

Negli anni ’70 non esisteva Internet, e non potevamo permetterci di andare sempre al cinema o ai concerti, quindi la maggior parte dei ragazzi – tranne, ovviamente, gli analfabeti – leggeva libri, e io leggevo di più e più velocemente degli altri.

A partire dal 1974 iniziai a frequentare le librerie specializzate in fantascienza, come Dark They Were and Golden Eyed, che si trovava a Soho. Frequentavo pure i numerosi negozi in cui potevi portare i tuoi libri usati in cambio di uno sconto sull’acquisto successivo, nonché le bancarelle che vendevano romanzi pulp di seconda mano.

Quando iniziai a seguire il punk, venni a sapere di Compendium Books a Camden Town, e iniziai a recarmi lì per comprare i lavori degli scrittori beat e surrealisti, che erano importazioni americane che non trovavi da nessuna altra parte.

Influssi culturali di questo genere erano comuni a tutti i ragazzi, oppure c’erano delle differenze dovute all’ambiente o all’etnia di provenienza?

A scuola c’erano due sezioni per gli analfabeti e cinque per chi sapeva leggere e scrivere, quindi erano complessivamente sette sezioni. Io ho frequentato sempre le classi migliori, perciò, per la maggior parte del tempo, non stavo con chi non sapeva leggere, però quando avevo modo di stare con loro – ad esempio quando si faceva educazione fisica – mi trovavo bene.

A finire nelle classi di recupero erano i ragazzi dell’orfanotrofio e i musulmani. Circa un quarto della mia scuola era composta da musulmani, che avevano una cultura differente, diversa da quella che sto descrivendo.

C’era una divisione marcata tra chi proveniva da ambienti cristiani – compresi africani e afro-caraibici – e chi veniva da quelli musulmani. Anche se non molti si consideravano cristiani, si trattava comunque del loro background culturale.

Prima di cominciare a seguire il punk rock, frequentai una ragazza musulmana della mia classe, e questo non piacque affatto ad alcune persone, sia di provenienza cristiana che musulmana, e a causa di ciò ho dovuto fare a botte diverse volte.

Le divisioni religiose erano più forti a scuola rispetto alla prima fabbrica in cui ho lavorato, dove c’erano molti musulmani e andavano tutti d’accordo. Questo non significa che non ci fosse un’evidente discriminazione nei loro confronti, visto che questi non ottenevano né i lavori migliori né i posti da caposquadra, mentre ovviamente c’erano musulmani che meritavano le posizioni che erano invece coperte da bianchi. Uno dei motivi per cui c’era meno tensione era il fatto che la manodopera era interamente maschile, quindi non c’erano cazzate a proposito delle relazioni sessuali tra i due gruppi, visto che nessuno ammetteva di essere gay.

Oggi le cose vanno meglio, e il motivo per cui ho raccontato queste cose è far capire perché, per un musulmano, non fosse facile essere coinvolto nelle sottoculture di cui parliamo. Chiaramente, ci sono ancora problemi da risolvere, ma oggi nella zona di Londra vedo molti più ragazzi musulmani coinvolti nelle stesse sottoculture di ragazzi che provengono da altri ambienti. Queste sottoculture sono in genere orientate sul rap, ma non in via esclusiva.

Skunks
Un gruppo di skinhead revivalisti e di punk. Fonte: George Marshall, Spirit of ’69 – A Skinhead Bible (GB 1991).

Secondo quanto si dice comunemente, il revival skinhead era composto da due correnti principali, quella degli skin tradizionalisti e quella dei cosiddetti “skunk”. Questi ultimi erano detti anche “bonehead” da chi faceva riferimento alla sottocultura original. Infatti, in Cranked Up Really High, usi questa parola nel suo significato originario, e non come sinonimo di “skinhead white power”, come invece va per la maggiore oggi. Ricordi esattamente quando i termini di cui stiamo parlando sono entrati in uso, e quando la parola “bonehead” ha assunto prevalentemente il significato di “skinhead nazista”?

Io usavo questi termini in maniera differente rispetto a voi. Per me “skunk” significava “skin e punk insieme”, e poteva anche indicare una band di questo genere, oppure un concerto che attirava sia gli skin che i punk. A Chapel Market c’era un club chiamato “Skunks”, ma io non ci sono mai andato perché facevano concerti di merda.

Forse possono essere chiamati “skunk” gli idioti che frequentavano il negozio The Last Resort. Io andavo a comprare i vestiti al Petticoat Lane Market, quindi, naturalmente, davo uno sguardo pure a quello che vendevano al Last Resort, che però era caro come le boutique di Kings Road, a Chelsea. Trovavo il posto orribile e pensavo che chiunque comprasse dei capi d’abbigliamento a quei prezzi dovesse essere stupido.

Per quanto mi riguarda, un bonehead è sempre stato un idiota malvestito con dei capelli cortissimi, e non necessariamente un nazi, anche se oggi, ovviamente, molti fanno quel tipo di associazione.

Se si osservano le foto del pubblico di alcuni gruppi punk – ad esempio gli Sham 69 – si vedono skinhead che avevano cura del proprio stile. Tu frequentavi una band come i Crisis, in cui c’erano componenti sia skin che punk. Inoltre, guardando le foto degli skunk e leggendo i resoconti dell’epoca, si direbbe che non necessariamente i cosiddetti “punk rasati” incarnassero tutti gli stereotipi che gli vengono comunemente attribuiti. L’impressione complessiva è che gli skunk e gli skinhead “sussed” – cioè ben vestiti, più vicini allo stile original – avessero diversi punti in comune e che, in qualche caso, le differenze tra queste tendenze fossero piuttosto sfumate. Gli skinhead tradizionalisti e gli skunk erano davvero così divisi?

Agli inizi la scena punk era molto diversificata, e le cose si evolsero in una direzione più tribale soltanto in seguito.

Verso la fine della carriera dei Crisis, i loro concerti attiravano personaggi molto strani. Uno di questi era uno skinhead original soprannominato “Nazi Ken”. Si vestiva bene, a parte la fascia da braccio nazista. Stava con una ragazza punk, e prima di allora era sposato con una nera. Non ho mai avuto a che fare con lui per via delle sue idee politiche, che lui stesso pareva non prendere troppo sul serio. Sembrava completamente fuori di testa e, tra l’altro, aveva problemi con l’eroina, e questo spiega forse il fatto che si presentava ai concerti Rock Against Racism indossando una svastica. L’ultima volta che l’ho visto è stato dopo un’esibizione dei Crisis a Brixton. Salì sul palco e cominciò ad agitare un coltello e a urlare al microfono che avrebbe fatto a fette il coglione che aveva colpito la sua ragazza, facendola svenire, mentre lei, in realtà, aveva perso i sensi a causa dell’abuso di alcol e droghe.

Anche alcuni ragazzi di Paddington che conobbi ai primi concerti di Adam and the Ants divennero skinhead, e purtroppo si unirono al National Front. La sera in cui me lo dissero litigammo, e da allora non gli ho più parlato.

Il pubblico dei concerti di fine anni ’70 era molto misto in termini di sottoculture, e lo stesso vale per le amicizie che si stringevano. È stato negli anni ’80 che è diventato tutto molto tribale. Nei ’70, una sera andavo a vedere gli Slaughter and the Dogs, e quella successiva andavo al concerto degli Ultravox! con John Foxx, e nel pubblico capitava di vedere gli stessi ragazzi della sera prima. All’inizio degli ’80, si frammentò tutto in diverse scene.

Oggi, rispetto ad allora, se vai a una serata punk o garage in locali come il Dirty Water o il Garageland trovi soprattutto gente sui trenta o quarant’anni, in particolare spagnoli e italiani, e in piccola parte francesi o di altri paesi dell’Unione Europea. Negli anni ’70, la stragrande maggioranza del pubblico punk di Londra era composta da adolescenti o da ragazzi poco più che ventenni, cresciuti nella city o nei sobborghi.

Un’altra differenza sta nel fatto che, anche tenendo conto dell’inflazione, oggi i concerti sono molto più costosi rispetto ad allora, quindi è una fortuna che ci sia un posto come il Garageland, dove incredibilmente l’entrata è gratuita!

Stewart Home
Stewart Home (1994). Foto di Marcel Leilenhof.

Secondo qualche testimonianza, alcuni skinhead original assumevano droghe ereditate dai mod, come le anfetamine. Ricordi l’uso di stupefacenti durante il revival skinhead, a parte la colla?

Ci sono sempre stati molti tipi di droga sia tra i punk che tra gli skinhead, così come nelle sottoculture connesse. Le anfetamine sono sempre state popolari: negli anni ’70 erano note come “blues“, e giravano sotto forma di pasticche.

All’epoca c’erano anche droghe legali, come lo sciroppo per la tosse. C’era un gruppo punk chiamato Actifed: il nome era stato preso in prestito da una di quelle medicine che i punk e gli skin prendevano per andare fuori di testa.

Girava anche un sacco d’erba, il che ha un senso, se pensi al fatto che agli skinhead e ai punk piaceva molto il reggae. E anche se a me non sono mai piaciute, un sacco di gente prendeva anche sostanze downer come il Tuinal. Il punto era quello di cercare di rimanere svegli, ma capitava spesso di vedere gente che si addormentava sulla pista da ballo. Alcuni si diedero a droghe depressive più pesanti, come l’eroina. Anche l’alcol è un downer: bevendo molta birra ti ubriachi, e lo stesso accade con i liquori più forti.

Non ho mai visto molti skinhead fare uso di LSD, ma non c’è voluto molto perché i punk si dessero agli acidi.

Immaginiamo che tu abbia seguito anche il revival ska. C’erano veramente molti skinhead di sinistra tra i fan della 2 Tone, come afferma Chris Dean dei Redskins in una vecchia intervista? Cosa puoi dirci delle infiltrazioni nazi? Gli skin white power avevano esclusivamente motivazioni politiche o alcuni di loro erano sinceramente interessati a quel genere musicale?

A un certo punto smisi quasi del tutto di andare a vedere le band che avevano fatto dischi di successo, quindi, per quanto riguarda la 2 Tone, posso parlare solo di quello che ho visto all’inizio. Immagino che Chris Dean parlasse della scena successiva, più ampia, di cui non posso dire nulla, visto che me ne disinteressai.

Detto ciò, ho visto dal vivo la maggior parte delle band 2 Tone, a partire dagli Specials, che avevo visto come gruppo spalla dei Damned. In seguito, sono andato due volte a vedere gli Specials al pub Nashville di Londra Ovest, con i Madness in apertura. Potreste aver sentito parlare del Nashville, visto che vi si esibirono formazioni pub rock come i Sex Pistols [in Cranked Up Really High, Stewart Home spiega perché non ritiene i Pistols un gruppo punk rock – NdR], così come, in seguito, vi suonarono molti gruppi punk.

Quando andarono a finire in classifica, gli Specials iniziarono a suonare in locali più grandi, dove non riuscivo a godermi le band, anche se mi piaceva come suonavano dal vivo. Gli Specials sono stati fantastici tutte e tre le volte in cui li ho visti. I Madness, dal punto di vista musicale, non mi dicevano niente, ma i Selecter mi piacevano, e ho visto pure gruppi come le Bodysnatchers e The Beat.

Basandomi su quanto ho potuto vedere di persona in quei piccoli locali, non ho mai notato una forte presenza di sinistra, ma soltanto adolescenti che si divertivano. Le cose potrebbero essere cambiate in seguito. Allo stesso modo, non ho mai avuto a che fare con gli skin nazisti e non so se a questi potessero piacere il reggae e lo ska, ma non lo escluderei.

Una volta, a Worthing, ho trovato un negozio che vendeva un sacco di dischi soul, il cui proprietario era fissato con la musica nera americana. Tuttavia, aveva un sacco di dischi nazi, ad esempio degli Skrewdriver. Chiesi informazioni sul negoziante ad altri commercianti di dischi di mia conoscenza: mi dissero che era del National Front e che era stato uno skinhead white power, tuttavia amava molto la musica soul. I dischi degli Skrewdriver che vendeva provenivano probabilmente dalla sua collezione.

Ogni volta che mi capita di ascoltare dischi nazi, li trovo così brutti da pensare che nessuno li ascolti perché gli piacciono sul serio, ma solo per ragioni politiche, quindi trovo sensato il fatto che alcuni fascisti vogliano ascoltare della musica decente, e pertanto si rivolgano a gruppi soul e ska.

Stewart Home, '90s
Stewart Home (1996). Foto di Ivan Goldman.

Di fronte alla crescita dei nazi, alcuni skin di sinistra cominciarono ad esplicitare le proprie idee politiche, dapprima tramite la formazione di raggruppamenti poco duraturi – come gli Skins Against the Nazis – e poi con la nascita della tendenza redskin. Un altro tipo di reazione provenne dagli ambienti più tradizionalisti: pensa solo alla fanzine Hard As Nails, che evitava l’approccio militante ma, allo stesso tempo, sosteneva un gruppo come i Redskins. Cosa pensi di quegli sviluppi? Secondo te, quale dei due approcci diede i migliori risultati?

Sosterrei entrambi gli approcci. In questo modo siamo più forti. Ho idee politiche ben definite, ma posso andare d’accordo con chi ha posizioni differenti dalle mie, a meno che non si parli di razzisti e fascisti.

Quelli di destra spesso si dichiarano apolitici per coprirsi con una foglia di fico e avere maggiore rispettabilità, ma – fintantoché non si tratta di razzisti o fascisti – credo che si tratti di una loro scelta, a dispetto del fatto che li preferirei più motivati dal punto di vista politico.

Detto ciò, la classe operaia porta avanti delle battaglie politiche per difendere ciò che possiede e, in prospettiva, per fare un mondo migliore. Ma pensare che si possa accelerare questo processo per tutti, significa cadere nel vecchio errore idealista e avanguardista di portare la coscienza dall’esterno, e questa è una delle tante cose sbagliate che si ritrovano in qualsiasi forma di bolscevismo. Pertanto, non credo di dover avvicinare le persone alla politica: saranno le forze sociali a metterle di fronte ai problemi politici e alle contraddizioni del capitalismo, indipendentemente da quanto queste cerchino di evitarlo.

La tua attitudine critica – ma non del tutto negativa – nei confronti dell’Oi! è ben nota. Nella recente intervista con Creases Like Knives, dichiari che, dal punto di vista musicale, i tuoi gruppi Oi! preferiti sono quelli di sinistra, come gli Oppressed e i Blaggers ITA. Anche ciò che affermi in Cranked Up Really High fa pensare che la tua scarsa simpatia per l’Oi! abbia delle ragioni ideologiche, al di là dei tuoi gusti musicali e del fatto che sei nato “nei primi anni ’60, e non a metà decennio”. Viene da pensare, innanzitutto, agli elementi conservatori presenti nei testi di alcune band, ma anche al fatto che i pezzi Oi! vanno raramente oltre una protesta generica contro l’oppressione poliziesca, il senso d’appartenenza alla classe operaia e così via.

Fatte salve le eccezioni di cui sopra, credo sul serio che la maggior parte dell’Oi! sia poco interessante. Lo trovo monotono e noioso, sia esteticamente che politicamente.

Credo che per dei ragazzi giovani possa essere fico enfatizzare la propria identità working class, ma personalmente sono andato un po’ oltre quel livello. La stessa cultura della classe operaia è più riflessiva e più complessa della maggior parte dell’Oi!

Detto ciò, le comunità che creano una cultura sono più importanti della cultura stessa… Ma quelle comunità dovrebbero essere espansive e inclusive, così come lo è la classe operaia nella sua totalità!

Stewart Home
Stewart Home al Limehouse Cut Canal, a Londra (2002).

Almeno in Italia, l’atteggiamento degli intellettuali marxisti nei confronti della cultura tradizionale delle classi subalterne consiste nella sua documentazione rigorosa, a cui fanno seguito il rigetto degli elementi conservatori o reazionari – come il maschilismo ed eventualmente il razzismo – e la valorizzazione dei componenti potenzialmente progressisti o rivoluzionari, come l’avversione per le classi dominanti. Credi sia possibile e appropriata un’attitudine simile nei confronti delle sottoculture operaie e dei generi musicali a queste connessi?

Il problema della maggior parte degli intellettuali consiste nel fatto che vedono le culture dall’esterno, senza farne parte. Non trovo questo tipo di approccio né appropriato né sensato.

Forse posso spiegarmi meglio parlando della sottocultura delle streghe a Londra, visto che ne ho conosciute tante. Queste streghe, in molti casi, sono cresciute in posti lontani da Londra, come l’Europa meridionale oppure le Americhe, e credono in cose che la maggior parte degli intellettuali marxisti considererebbero superstizioni. Si organizzano pure contro la gentrificazione e la crudeltà sugli animali, e sono coinvolte anche in altre battaglie. Si tratta soprattutto di donne della classe operaia. Hanno delle pratiche molto interessanti che riguardano il genere, e un buon numero di quelle che conosco usano l’amore fisico per trascenderlo. Cercano di creare interezza, fondendo maschile e femminile.

Per inciso, i rituali magici tendono ad attirare uomini borghesi o aspiranti tali, pertanto, in questo caso, la composizione di classe è molto differente rispetto a quella delle streghe.

Se dicessi alle streghe che conosco di gettare via i loro tarocchi e le loro “superstizioni”, e queste mi dessero ascolto, indebolirei la loro sottocultura. Ci sono prove schiaccianti che dimostrano che la wicca ed altre forme di stregoneria moderna sono nate in Inghilterra intorno alla metà del XX secolo, ma la maggior parte delle streghe che conosco credono che ciò che praticano costituisca un retaggio pre-cristiano. Ho cercato di parlargliene ma non è servito a nulla, e in fin dei conti non è neanche importante, visto che possiamo concordare sul fatto che le tradizioni debbano essere continuamente reinventate.

Mentre altri hanno una posizione dura nei confronti dei tarocchi, io non credo che questo tipo di divinazione sia reazionario, né necessariamente superstizioso. I tarocchi possono aiutare a prendere delle decisioni, quando ci si trova a corto di scelte. Credo che il simbolismo sia un modo di esercitare il cervello, anche se tutte le streghe di mia conoscenza pensano sia un modo di connettersi a poteri invisibili. Ma i tarocchi possono funzionare in maniera diversa di persona in persona, e dato il bilancio attuale delle forze sociali, cercare di “razionalizzare” la stregoneria tramite una prospettiva marxista o intellettuale superficiale, la svuoterebbe del proprio potere.

E l’obiettivo del comunismo è proprio la disalienazione e il superamento dei limiti delle società basate sulle classi sociali. Non si tratta semplicemente del ritorno a un livello più alto di organizzazione sociale, come nelle società comuniste primitive e preclassiste, ma anche alle modalità di consapevolezza di quelle società. E la stregoneria si avvicina a questo obiettivo molto più delle aride teorizzazioni degli intellettuali, che falliscono regolarmente nel passare dalla teoria alla pratica.

Molte streghe di mia conoscenza hanno a che fare con la scena punk rock: spesso seguivano il punk prima di conoscere la stregoneria, ma ora combinano le due cose.

Non mi sembra vi siano molti punti di contatto tra la stregoneria e gli skinhead, anche se conoscevo una strega della scena punk londinese che, negli anni ’80, guidava una gang skinhead nel paese spagnolo in cui era cresciuta. Era più una punk che una skingirl, ma era molto più intelligente degli altri, che erano quasi tutti uomini, e questo le ha permesso di comandare la gang. Questa ragazza si trasferì a Londra per allontanarsi dalla violenza tra le gang, nella quale era coinvolta e con cui non voleva più avere a che fare. In Spagna non era una strega, ma quando si trasferì a Londra venne iniziata in una congregazione wicca.

Non tutte le streghe che hanno vissuto anche la scena punk sono wicca: almeno una parte di esse si considera post-wicca, visto che il mondo è cambiato e pertanto – dicono – i vecchi stili di magia occulta non funzionano più!

La mia mostra attuale alla 5 Years Gallery di Londra, Dual Flying Kicks, è molto influenzata da ciò che ho imparato dalle streghe, e riguarda la mescolanza di energie maschili e femminili, da cui le streghe sono ossessionate. La mostra, quindi, da un lato ha come oggetto il genere cinematografico Brucesploitation e le arti marziali – che rappresentano l’ipermascolinità – mentre dall’altro fa riferimento alla stregoneria come manifestazione della femminilità. Sto dimostrando, tra l’altro, che se spingi abbastanza in là l’ipermascolinità e l’iperfemminilità, queste sfociano nel loro opposto. Al tempo stesso affronto la questione di come il revival dell’occulto abbia spianato la strada all’interesse per le arti marziali.

Stewart Home
Stewart Home durante una lettura di poesie al Rich Mix di Londra (2018).

Nell’intervista con Creases Like Knives dichiari che per te essere skinhead era probabilmente più una questione di moda che uno stile di vita, visto che “non prendevi la cosa troppo sul serio” e davi importanza soprattutto all’abbigliamento e al “disprezzare i bonehead trasandati”. Tuttavia, hai fatto parte di questa sottocultura per almeno vent’anni, molto più di tanti altri. Non vorremmo concludere la conversazione in maniera banale, ma ci piacerebbe conoscere la tua opinione sul motto “una volta skinhead, per sempre skinhead”. Senti ancora, in qualche misura, un senso d’appartenenza al culto? Non pensi che, anche quando lo stile viene abbandonato, aver fatto parte di una sottocultura per così tanto tempo abbia contribuito a renderti quello che sei, e che pertanto continuerà a influenzare le tue attività?

Se comprendete il fatto che sono diventato skinhead passando per la sottocultura boot boy e per il punk, e conoscete la centralità del modernismo per la maggior parte delle sottoculture britanniche a partire dagli anni ’60, allora capirete pure che il motto “una volta skinhead, per sempre skinhead” nel mio caso non ha senso. Questo dipende sia dalla mia età che dal fatto che sono di Londra.

Credo che nell’Europa meridionale sia più difficile liberarsi dal conservatorismo sociale rispetto a Londra. Molti ragazzi di altre parti del mondo usano la sottocultura per rompere con gli schemi del passato. Conosco un sacco di persone che si sono trasferite a Londra dall’Italia e dalla Spagna, che ora sono sui quaranta o cinquant’anni ma sono ancora punk o skinhead perché, per loro, abbandonare la sottocultura significherebbe cedere alle forze conservatrici contro cui si sono ribellate. Quindi, dire “una volta skinhead (o punk), per sempre skinhead (o punk)” ha senso per loro, ma non per me. Veniamo da posti differenti – e la Londra di adesso non è la Londra di quando ero bambino o adolescente, quindi vengo anch’io da qualche altra parte – ma siamo finiti insieme, e anche se abbiamo molto in comune, su questo siamo differenti.

La parte finale della domanda mi fa venire in mente un passaggio famoso de Il Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx:

Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione. La tradizione di tutte le generazioni scomparse pesa come un incubo sul cervello dei viventi e proprio quando sembra ch’essi lavorino a trasformare se stessi e le cose, a creare ciò che non è mai esistito, proprio in tali epoche di crisi rivoluzionaria essi evocano con angoscia gli spiriti del passato per prenderli al loro servizio; ne prendono a prestito i nomi, le parole d’ordine per la battaglia, i costumi, per rappresentare sotto questo vecchio e venerabile travestimento e con queste frasi prese a prestito la nuova scena della storia.

Quindi, anche se non posso sfuggire al mio passato, e pure se questo continua ad influenzarmi, cerco comunque di andare oltre. Se prendete in esame i miei lavori visuali e i miei romanzi, noterete come si sono evoluti. Il lavoro visuale che ho fatto a partire dagli anni ’90 è molto bello, se paragonato all’approccio deliberatamente brutto degli anni ’80. Allo stesso modo, i miei scritti sono passati da argomenti come le sottoculture punk e skinhead ad altri interessi.

Naturalmente, sono fiero di ciò che ho fatto nel passato, ma non sento il bisogno di tornarci sopra, e sotto certi aspetti questo non sarebbe neanche possibile. Oggi c’è più interesse critico che mai in Richard Allen e negli altri romanzieri della New English Library che si occupavano di cultura giovanile, ma ho già fatto tutto quello che m’interessava fare in quel campo. Sono felice di aver intervistato Laurence James – che di molti di questi libri è stato editore, oltre ad averne scritti quattro – ma ovviamente oggi non potrei rifarlo, visto che lui è scomparso. Per quanto ne sappia, non esistono altre interviste con James che parlano del suo lavoro alla New English Library, quindi la considero un’intervista importante, ma in questo momento ho altre cose da fare.

Parlando d’altro, di recente la Morbid Books ha pubblicato l’antologia SEND CA$H: The Collected poems of Stewart Home, e io ne sono stato felice. Hanno raccolto le poesie che ho composto sporadicamente a partire dai primi anni ’80, quindi a metà anni ’90 e, infine, in questo secolo, e mi hanno chiesto di poterle pubblicare. La cosa mi ha fatto piacere, ma non è stata una mia idea, e non mi sarei certo messo a cercare qualcuno che pubblicasse per intero quel materiale. Ci sono stati periodi molto lunghi in cui non ho scritto neanche una poesia, visto che questo non fa parte dei miei interessi principali.

Sono molto più felice per l’uscita imminente del mio libro Re-Enter The Dragon: Genre Theory, Brucesploitation & The Sleazy Joys of Lowbrow Cinema, visto che mi consente di aprire nuovi orizzonti. Anche se sono state scribacchiate un sacco di cose sui film che facevano il verso alle vecchie pellicole con Bruce Lee, si tratta soprattutto di lavori di fan che non tengono conto della teoria dei generi cinematografici. Pertanto, sull’argomento c’è tantissima disinformazione, e inoltre, da parte di molti fan, manca la comprensione di cosa costituisca un genere cinematografico.

Sono felice di distruggere molti miti insostenibili e di aprire una nuova prospettiva su un tipo di film che non è stato esplorato come si deve, almeno per quanto riguarda la letteratura in lingua inglese. I film trattati sono stati girati negli anni ’70 e ’80, anche se esistono esempi dell’ultimo decennio. Quindi, in qualche modo, mi sto occupando di un interesse che ho da quando ero un boot boy dodicenne, ma allo stesso tempo credo davvero che il libro sarà utile sia a chi è interessato alla teoria dei generi, che ai fan della Brucesploitation; pertanto si tratta di qualcosa che va oltre ciò che mi interessava dei film di arti marziali quando ero un ragazzino. Perciò, anche in questo caso, le influenze del passato sono ancora presenti e mi rendo conto di come mi abbiano formato, ma allo stesso tempo non lascerò che queste costituiscano un limite.

Non sono nostalgico del passato, visto che non è là che stiamo andando. Nella Londra degli anni ’70 c’era musica dal vivo stupefacente, e lo stesso vale per la cultura cinematografica. Oggi non c’è niente di paragonabile a tutto ciò, ma in compenso ho accesso a una quantità di musica registrata e di film che un tempo non avrei mai sognato. Allo stesso modo, il cibo londinese degli anni ’70 era davvero terribile, e la sola idea di mangiare oggi ciò che mangiavo allora mi disgusta. E anche se esiste ancora il razzismo, c’è molta più integrazione oggi rispetto agli anni ’70. Quindi alcune cose sono migliorate, e dovremmo sempre prestare più attenzione al futuro che al passato, senza ignorarlo né dimenticarlo.

5 thoughts on “Un’intervista con Stewart Home: sottoculture, pulp e, ovviamente, Marx”

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