Made in Britain

Il film “Made in Britain” (1982)

Letizia Lucangeli di Immagini dal Sud del Mondo recensisce “Made in Britain” di Alan Clarke

Il film "Made in Britain" (1982) di Alan Clarke

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Recensione

Dedicare un’opera cinematografica a una sottocultura o a uno specifico aspetto di essa è un’operazione quasi sempre rischiosa: il risultato finale può risultare didascalico o, peggio, moralistico.

Made in Britain è un film per la TV del 1982, diretto da Alan Clarke, sceneggiato da David Leland e disponibile soltanto in lingua originale.

La pellicola – che costituisce il quarto episodio della serie Tales Out Of School – rappresenta un eccellente esempio di cinematografia, nel quale il ritratto di un appartenente a una sottocultura – quella skinhead, sia pure nella deteriore versione white power – è un pretesto per affrontare in modo profondo e significativo temi esistenziali e sociali di grande levatura.

Tim Roth tornerà il periferia e sarà di nuovo alle prese con la sottocultura skin nel 1983, nel film Meantime di Mike Leigh.

Trevor, interpretato da un Tim Roth ventenne e molto talentuoso, è un giovanissimo skinhead razzista con una biografia già molto tormentata: vive di piccoli furti e ha abbandonato la scuola pur essendo dotato di una spiccata intelligenza.

Il ragazzo è seguito dai servizi sociali, in particolare da un assistente, Peter, nei confronti del quale si intuisce un residuo di stima e una specie di affetto embrionale e confuso.

Trevor non è una figura che ispira simpatia, né la scrittura del film gli riserva la parte dell’orfanello dickensiano: è una vera e propria testa di cazzo, un autentico sbandato con una piccola svastica tatuata alla radice del naso e un ghigno sul volto irregolare. Egli odia gli asiatici e i neri, ed è capace di irritare sempre e comunque, qualsiasi azione stia compiendo.

Tim Roth nel ruolo dello skinhead white power Trevor
Tim Roth nel ruolo dello skinhead white power Trevor.

Il film introduce lo spettatore nel mondo dell’assistenza sociale britannica, fatto di uffici fatiscenti, dipendenti sottopagati, inferociti e malvestiti, che affrontano le vite complesse e piene di abbandoni dei loro assistiti come se si trattasse di un qualsiasi faldone burocratico.

Trevor è accusato di vandalismo ai danni di un negozio gestito da un uomo di origine pachistana. Al termine dell’udienza, deve affrontare una trafila “rieducativa” chiamata assessment, ovvero “valutazione”.

L’assessment viene svolto presso i servizi sociali e ha l’obiettivo di evitare che il ragazzo, ancora minorenne, venga recluso in un riformatorio.

Il giovane rifiuta in toto la proposta dell’assistenza sociale, non solo perseverando nel suo comportamento, ma argomentando, durante una magnifica scena di impostazione teatrale in cui si confronta con due assistenti, le ragioni del proprio rifiuto.

La scena appena menzionata è secondo noi uno spartiacque narrativo, all’interno della pellicola: l’azione e i comportamenti di Trevor, che fino a quel momento è solo un piccolo criminale suprematista, acquisiscono un significato molto più pregnante, ma soprattutto vengono percepiti in modo del tutto diverso da chi guarda: sembra infatti che tutto acquisti un senso preciso.

Elemento di ulteriore interesse che mette in luce le contraddizioni del personaggio Trevor è la sua frequentazione con Errol, un ragazzo nero ospite come lui della struttura gestita dai servizi sociali, con il quale avvia una sorta di complicità molto controversa: Errol appartiene a un’etnia odiata da Trevor, ma rappresenta anche l’unico argine alla sua immensa solitudine.

Made in Britain: sniffing glue
Trevor ed Errol sniffano della colla in un’auto rubata.

Senza svelare altro sulla trama, il nostro intento è soprattutto mettere in luce i molti pregi di questo film.

Made in Britain è erede dell’innovativo filone del Free Cinema, a sua volta derivato dalla drammaturgia teatrale del collettivo artistico degli Angry Young Men.

Tipicamente, il cinema britannico di impostazione realista risente in modo molto netto della messinscena e della tecnica teatrale di recitazione, che dota molti attori inglesi di un misto di umanità e perfezione scenica, unici nel panorama cinematografico mondiale.

Tim Roth
Trevor, appena preso in carico dai servizi sociali. Si notino le scritte “ACAB” e “Four Skins” sulla porta.

Made in Britain, inoltre, può facilmente essere accomunato ad altri esempi di Cinema del Reale, un filone di impostazione documentaristica che filtra l’interpretazione della realtà attraverso lo sguardo dell’autore. Il risultato che ne deriva, quindi, non è rappresentativo ma appunto interpretativo.

Questo elemento, in Made in Britain, è presente a vari livelli, dalla fotografia livida ed essenziale fino all’uso della macchina da presa a spalla, che inquadra spesso Trevor da solo, per sottolinearne l’abbandono, e inserisce elementi del paesaggio urbano apparentemente presi di striscio, ma che in realtà sono molto significativi nel loro squallore.

Significativa la presenza dell’unico brano che costituisce la colonna sonora del film, all’inizio e alla fine della pellicola: “UK 82” degli Exploited, canzone che ha dato il nome alla seconda ondata del punk britannico, detta, appunto, UK 82.

Eccezionale, infine, la scelta degli interpreti, veri e propri volti del popolo, dagli abiti frusti e dalle abitazioni modeste.

In conclusione, Made in Britain è una vera piccola perla d’autore, che mescola perfettamente dramma e humour britannico, solitudine e umanità.

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Pubblicato da

Letizia Lucangeli

Sono direttore artistico della rassegna cinematografica Immagini dal Sud del Mondo, ho scritto di cinema per il blog Indieforbunnies e di cultura punk e industrial per il blog BraiNoise.

2 commenti su “Il film “Made in Britain” (1982)”

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