My son the skinhead

Mio figlio, lo skinhead

Una breve intervista del 1969 con un giovane skin e i suoi genitori

My son the skinhead

Non-Italian readers take note! This blog post is only available in Italian, anyway you can take a look at our English language post on Instagram. However, if you still want to read the complete version of the following article, you can rely on Google Translate for a rough translation.

Presentiamo un vecchio articolo di Bruce Maxwell, pubblicato in un giorno imprecisato del 1969 dal quotidiano inglese Daily Sketch, e poi riprodotto da George Marshall nel libro Spirit of ’69 – A Skinhead Bible (GB 1991). Si tratta di un’intervista con il giovanissimo skin londinese Chris Harward e i suoi genitori.

Chris parla di uno dei divertimenti tipici della sua gang, ovvero picchiare gli studenti francesi, in mancanza di altri bersagli come pachistani e neri. Non disponendo di ulteriori informazioni – le dichiarazioni riportate sono ridotte al minimo, e inoltre l’articolo non ha certo un taglio sociologico – si direbbe che la cosa più importante per il giovane skin e i suoi amici fosse avere qualcuno da malmenare, specie se non appartenente alla propria comunità.

Maggiori informazioni sul razzismo eventualmente presente tra le prime teste rasate si trovano nell’intervista allo skinhead original Paul Thompson, che affronta l’argomento con grande onestà intellettuale. Un altro tema toccato da Thompson è proprio quello delle attenzioni dedicate dai giornali dell’epoca allo stile di vita skin: «Quando la stampa iniziò a occuparsi di noi nel 1969, i ragazzi più giovani leggevano le notizie che ci riguardavano e prendevano coscientemente la decisione di diventare skinhead. La differenza d’età tra i due gruppi non andava oltre i cinque anni». Nel ’69 la sottocultura era al suo apice, tanto che Thompson, alla fine dell’anno, ebbe «l’impressione che tutti i ragazzi di Londra stessero diventando skinhead». Chris, dunque, apparteneva alla schiera dei più giovani, quelli che si avvicinarono al culto quando era ormai un fenomeno di massa, o quantomeno stava diventando tale.

Prima di passare al breve articolo di Maxwell – che abbiamo pubblicato in lingua originale sul nostro profilo Instagram – riportiamo un altro passaggio della conversazione con Thompson, allo scopo di favorire la comprensione del contesto in cui ebbe luogo l’intervista con Chris Harward: «La stampa cominciò ad occuparsi di noi e vennero intervistati alcuni ragazzi a proposito di determinati argomenti. Le dichiarazioni rilasciate rappresentarono, per certi giovani, una specie di guida su come diventare skinhead. Come accade in qualsiasi gruppo giovanile, i ragazzi a volte sono un po’ pecoroni».

Mio figlio, lo skinhead

Di BRUCE MAXWELL

CHRIS HARWARD è uno skinhead. Ha appena quindici anni, va ancora a scuola, e sua madre ha pagato 5 £ i suoi bovver boots.
«Ho partecipato a delle risse, ho dato calci con gli scarponi e sono stato calpestato dagli sbirri», racconta Chris con orgoglio.
Chris dice che, per divertirsi, lui e la sua gang di Streatham – i Blue Diamond Boys, che prendono il nome da un luna park locale – vanno a caccia dei Frenchies, ovvero gli studenti francesi che vivono nel Sud di Londra.
«Qua non ci sono paki (pachistani)», spiega Chris, «e i neri si trovano tutti a Brixton».
Chris – che è alto quasi un metro e mezzo [deve trattarsi di un refuso: a giudicare dalla foto, il ragazzo è chiaramente più alto – NdR] – ha rilasciato questa dichiarazione con agghiacciante leggerezza nel bar di una sala da bowling nel Sud di Londra.
Ho organizzato un incontro con Chris e i suoi genitori due giorni dopo, a casa loro, nella grande tenuta di Clapham Park. Senza la sua gang, tutta la spavalderia lo aveva abbandonato.
Iniziai a chiedermi se si trattava dello stesso ragazzo.
Sua madre, la cameriera quarantenne Joan Harward, ha dichiarato: «Abbiamo provato a non farlo uscire, ma credo sia sbagliato. Gli abbiamo dato fiducia. Cos’altro potremmo fare?».
Suo padre, l’imbianchino quarantatreenne William Harward, ha detto: «Non tollererei che Chris andasse in giro a picchiare i pachistani, né chiunque altro. Siamo severi con lui».
Chris non ha battuto ciglio, ammesso che sia vero quanto ha dichiarato di aver fatto di fronte ai membri più grandi della sua gang.
Ma la signora Harward ha aggiunto: «Mio figlio non si è mai messo nei guai».

My son the skinhead

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