Marco Balestrino

Un’intervista con Marco Balestrino: la scena italiana degli anni ’80 e ’90

Il cantante dei Klasse Kriminale parla delle sue esperienze musicali e sottoculturali e di cosa ha significato muoversi all’interno del contesto Oi! e skinhead italiano degli scorsi decenni

Klasse Kriminale "Costruito in Italia"
Klasse Kriminale, Costruito in Italia 7″ EP, l’edizione 30° anniversario di Skinhead Sounds.
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Marco Balestrino – classe 1962 – e i suoi Klasse Kriminale non hanno certo bisogno di lunghe presentazioni. Formatisi nella primavera dell’85, i savonesi furono, insieme ai Ghetto 84 di Bologna, uno dei pochissimi gruppi Oi! in attività in un periodo non certo florido per la scena.

Nell’88 la band autoprodusse la cassetta demo Odiati & Fieri, e poi, alla fine dello stesso anno, la Havin’ A Laugh Records di Balestrino stampò finalmente il debutto del gruppo su vinile, ovvero Costruito in Italia 7” EP, che per il suo 30° anniversario è stato ristampato dalla nostra etichetta Skinhead Sounds in un’edizione regolare (300 copie) ed una destinata al mailorder (71 copie con mini poster in luogo della copertina), entrambe numerate a mano e disponibili presso il nostro mailorder

Naturalmente, Marco fa parte dei circa 30 skinhead ed ex-skinhead intervistati per la monografia Italia Skins (Hellnation Libri, 2017), dove compaiono alcune sue testimonianze sulla scena degli anni ’80 e ’90. Riportiamo per intero quella conversazione, che ha avuto luogo nell’estate del 2016.

 

Marco Balestrino
Marco Balestrino nel 1991. Foto di Fabrizio “Fritz” Barile.

Come e quando ti sei avvicinato alla sottocultura skinhead?

Sarà brutto da dire, ma anche se sembra impossibile era la moda del momento: non a caso Buster Bloodvessel era ospite al Festival di Sanremo, in discoteca si faceva il trenino sulle note di “One Step Beyond” dei Madness, alla Standa si trovavano badge di Sham 69 e Secret Affair, e nei negozi alla moda si trovava ogni sorta di gadget 2 Tone. Erano gli anni del punk, dello ska, del mod revival e di Bob Marley, e l’alternativa erano la musica dei fratelli maggiori, i dinosauri del rock tipo i Led Zeppelin, oppure la disco music o l’heavy metal. Io ho iniziato come rude boy e mod, e quando è esploso l’Oi! ero lì pronto a prenderlo, anche se il termine “skinhead” arrivò in Italia con un’accezione già negativa.

Puoi parlarmi della scena skin italiana negli anni successivi allo scioglimento dei Nabat, avvenuto nel 1987, e prima dell’arrivo della SHARP (SkinHeads Against Racial Prejudice)? Cos’era cambiato rispetto agli anni d’oro?

Lo spartiacque è il 1984, anno in cui tutte queste sottoculture sembrano aver esaurito la loro forza e le band cercano di reinventarsi. In Italia i Nabat si barcamenano ancora un annetto, mentre in Inghilterra è Ian Stuart degli Skrewdriver a diventare il punto di riferimento degli skinhead. È interessato a creare un movimento skinhead internazionale dove è la razza e non la musica a unire, mentre l’Oi! era nato come musica della classe operaia.

Mentre in Inghilterra il National Front e il British Movement reclutano skinhead e acquisiscono una connotazione politica importante, in Italia tutto arriva come eco di una moda. In tanti si avvicinano alla destra anche se nel nostro paese mancavano dei riferimenti politici, nessun partito cavalcò mai l’onda degli skinhead come invece accadeva in Inghilterra. Dall’85 al ‘93 in Italia c’è il deserto, il punk sembra ormai roba vecchia. I duri a morire tengono le braci accese, anche se per le poche band in attività suonare è difficilissimo.

Cosa sai dirmi dell’organizzazione Linea Dura Skins, della quale facevi parte?

Linea Dura Skins nasceva proprio con l’intenzione di arginare questo scimiottamento inglese.

Dopo Linea Dura nacque un altro raggruppamento, Odiati e Fieri…

Siamo negli anni ’90 e l’intento è quello di creare qualcosa di simile alla Sham Army [ovvero i sostenitori degli Sham 69 – NdR]. Era una gang formata soprattutto da genovesi e savonesi, tutti della crew dei Klasse Kriminale.

Cosa mi sai dire del Comitato Oi?

Il Comitato Oi! cambiava in base alle esigenze del momento e alle persone che ne facevano parte. L’obiettivo era comunque sempre quello di tener viva la scena, organizzare concerti, prevenire problemi.

Ti va di parlare di Tiziano Ansaldi e della sua importanza nell’evoluzione della scena italiana? Oltre alla nota fanzine Working Class Kids e al suo ruolo di manager dei Nabat, ricordo lo Skahology Fan Club…

Tiziano era un fratello maggiore convertito all’Oi!, amava lo stile, la musica, i tatuaggi, era uno skinhead. Avrebbe ucciso per un pork pie originale. Era un accanito collezionista e fanatico dello ska, non a caso fu il referente della Trojan Appreciation Society per l’Italia.

Dalle pagine della sua Working Class Kids fece presto a passare alla rivista musicale Rockerilla. È stato artefice e protagonista, come tanti kids, della storia dell’Oi! in Italia. Sicuramente confrontarmi con lui mi ha dato forza e convinzione sul fatto che la rotta che percorrevo era giusta.

Cosa puoi dirmi della fanzine Kriminal Class? Mi riferisco sia alla versione originale che a quella successiva, stampata in tipografia.

Kriminal Class nasce nel 1983 e, un po’ come è accaduto per la band, l’unico membro fisso sono stato io, anche se in tanti mi hanno aiutato e supportato: Max, Andrea, Luigi Nasca, Simone dei Drunken Nuns, Alex “l’Avvocato dell’Oi!”, ecc.

Fare la fanzine è stata un’esigenza naturale per sentirmi ancora più parte di un movimento. Kriminal Class ha seguito il mio percorso, la mia evoluzione e ha raccontato la scena musicale fino al 2007, ovvero fino a quando il mio lavoro mi ha permesso di dedicarmi alla sua redazione.

Per quanto riguarda gli anni ’80, quali altre fanzine degne di nota ricordi?

Working Class Kids, Banzai, Joys of Noise, Fuori Moda, TVOR e All Out Attack, prima che quest’ultima prendesse una brutta piega.

Ti va di parlare della Havin’ A Laugh Records? Le compilation da te curate documentano diverse fasi della scena Oi!, soprattutto ma non esclusivamente italiana.

La Havin’ A Laugh è nata dalla necessità di autoprodurre il primo EP dei Klasse, Costruito in Italia. Ricordo che telefonai a Steno dei Nabat e gli chiesi delle dritte su come e dove stampare un disco. La copertina la feci stampare in una tipografia a Savona e ogni copia fu incollata da noi e dai nostri amici.

La compilazione O con N’Oi! o Contro di N’Oi! usciva nel 1985 con il nr. 4 di Kriminal Class, era un fai da te mostruoso. Le cassette le comprai con l’aiuto di Marco Cavallo, un punk di Savona, ed è per questo che c’è anche il marchio Cavallo Records. Il mio socio Max si comprò un radione portatile alla Clash che poteva duplicare le cassette, creammo il master e le passammo una ad una. Andai alle prove dei Gangland e, con un registratore a cassetta economicissimo appoggiato in terra al centro della sala prove, registrai il master del loro materiale. Le altre band mi mandarono delle registrazioni su nastro, ma erano tutte a bassissima fedeltà. All Out Attack mi diede il permesso di usare le registrazioni del pezzi live dei Rough. Poi registrammo il fratellino di Max che leggeva il “Manifesto Oi!”. La compilazione nasceva sempre dall’esigenza di prendere distanza da quello che stava succedendo in England con gli Skrewdriver. Gli skinhead sembravano aver dimenticato il proprio cammino, la maggior parte aveva un passato punk o rudie, nessuno aveva mai condiviso nulla coi nazi. Il “Manifesto” e la copertina esortavano ad essere skinhead e ad allontanarsi dalla politica costituita. Tutto questo era una scelta politica.

La situazione del movimento Oi! non era delle migliori. Nell’89 a Bologna organizzammo il quarto raduno Oi! con Ghetto 84, Strike e Klasse Kriminale. Era dal raduno di Certaldo del 1983 che nessuno aveva più osato radunare i fan italiani dell’Oi!

Poi organizzammo il concerto degli Angelic Upstarts, li inserimmo in una sorta di festival, il Live Fest di Bologna, e i Klasse Kriminale gli fecero da spalla. Tutto sembrava OK, poi gli organizzatori vollero anticipare il concerto al pomeriggio. Il Comitato Oi! passò al contrattacco, da ogni parte d’Italia i kids chiamarono l’organizzazione e quando venivano informati del nuovo orario, nei vari accenti e dialetti, cadevano tutti dalle nuvole e chiedevano come fosse possibile che una leggenda come gli Angelic suonasse nel pomeriggio e dissero che, tra viaggio e orario di lavoro, non avrebbero potuto essere lì che in serata. Il concerto fu quindi spostato nuovamente alla sera. Gli Angelic si presentarono senza Max Splodge alla batteria, sostituito all’ultimo secondo da Keith Boyce dei leggendari Heavy Metal Kids. Durante il soundcheck non avevo parole, la mia band preferita era lì, li avevo presi all’aeroporto e stavano suonando quella che era stata la colonna sonora della mia vita.

Quella sera arrivarono anche quelli del Veneto Fronte Skinhead che avevano ormai completato la loro metamorfosi (che tutti possono seguire sulle pagine di All Out Attack). Visto che ad ogni concerto di Mensi & Co. sia in Inghilterra che negli altri stati europei i nazi si presentavano per boicottare la serata, quelli del Veneto Fronte Skinhead pensarono che non potevano farselo mancare nel curriculum.
Appena i Klasse Kriminale terminarono la loro esibizione i nazi si schierarono sotto al palco e urlarono i loro “sieg heil!” e “smash the reds!“. Dapprima cercai di calmare la situazione dal palco, poi un nostro amico, Michelangelo, invitò il loro capo a un testa a testa fuori dal locale, e a quel punto vidi luccicare i coltelli. Qualcuno della security – formata da skinhead – colpì un nazi, qualcun altro tirò fuori il gas CS. Fu il panico generale. Scesi dal palco con un’asta, vidi un ragazzo della sicurezza incazzato con la Ben Sherman piena di sangue e un pettine affilato in pugno, intanto i nazi erano già ripartiti sulle auto che li aspettavano fuori. Anche se il concerto fu un successo e gli Upstarts fecero pogare il migliaio di kids che li aspettava da anni, l’attacco del Veneto Fronte non giovò al movimento Oi! In Veneto erano organizzati e la loro forza fece subito nascere Azione Skinhead a Milano.

Oi! Siamo Ancora Qui (1991). A questo punto serviva qualcosa per dare forza all’Oi!, per creare un’alternativa pulita, un punto di riferimento. Con Ivano degli Asociale abbiamo prodotto Oi! Siamo Ancora Qui, le band che erano in giro erano Ghetto 84 e The Stab, sbucarono dal nulla i Face The Facts di Torino e i discutibili Bulldog Skin di Messina; questi ultimi si trovarono in questo movimento skinhead diviso e pretesero di andarsi a vedere gli Skrewdriver in Veneto, dopo essere apparsi sulla compilazione.
Tutto veniva fatto per telefono, io vivevo ancora con i miei e mio padre metteva spesso e volentieri il lucchetto al telefono. Molti ingaggi li feci dal posto di lavoro. Telefonai agli Hope And Glory, ma non vollero partecipare. Il loro nuovo gruppo era Joe And The Originals e preferirono restare fuori dall’Oi!, troppe divisioni e violenza. Trovai invece Nico dei Rough entusiasta, radunò chi poté e andò appositamente in studio per noi. Attorno alla compilazione nacquero o comunque accelerarono il loro progetto Asociale, Alkoolnauti e Fronte del Porto. Magic Manlio suonava con me e tirammo giù il pezzo per l’album. Il caso mi fece incontrare Pantera dei Rip Off ad una convention di etichette indipendenti a Firenze, mentre distribuiva il demo dei Doctor Doom, che erano rock e avevano i capelli lunghi: era quello che stava facendo Roi Pearce con The Resort, così li imbarcai.
Nell’edizione CD del 2013, curata da Damiano, tra le bonus track c’è anche un pezzo degli Stab che, per motivi di spazio, non avevamo potuto inserire nella stampa originale. Per vincoli contrattuali con la loro etichetta preferii non inserire i Loveless, e anche con i Nabat la cosa non andò in porto. Una cosa è certa, l’album aiutò il movimento e creò nuovo entusiasmo.

Oi! It’s a World League (1991). Grazie a Kriminal Class, ai Klasse Kriminale e al fatto che le band che mi interessavano non suonavano in Italia – andavo spesso all’estero per vederle dal vivo – avevo conosciuto un sacco di persone e di band. Quest’esperienza internazionale finì sulla compilazione. Tutto questo senza dimenticare i nostri gruppi: oltre ai Klasse Kriminale finirono sul disco Asociale (il master era una cassetta registrata in qualche sala prove), Nodo (una band formata dalla vecchia guardia del punk di Savona; Davide di Genova li definì gli Sham Pistols savonesi) e Incivili (una nuova band da La Spezia che piaceva molto a Stiv Rottame).

Oi! Against Silvio (1994.) Qui il movimento era bello massiccio, i sogni sembravano tutti avverati, eravamo in tanti, uniti, no violenza ai concerti, e le vecchie band che si erano riformate potevano finire quello che avevano interrotto a metà degli anni ’80. Ci pensarono Silvio a la politica italiana a rovinarci quei giorni di divertimento. Volevo lanciare un segnale forte, e tutte le band che erano attorno a noi contribuirono con un pezzo. Non c’era tempo quindi presi quello che ogni gruppo ci diede, non ricordo nemmeno come siamo entrati in contatto con alcune band. Era tutto molto spontaneo, quello che contava era muovere le energie. Grazie al nuovo formato CD c’era abbastanza spazio per 25 gruppi, stampammo in Austria e Fabrizio “Fritz” Barile mi aiutò nella produzione.

Oi! Against Racism (1998). Mi aveva sempre affascinato la controffensiva creata in Inghilterra da Rock Against Racism e Anti-Nazi League alla fine degli anni ’70. Era una bella cosa, era aria pulita che entrava nei polmoni, e lo stesso vale per i pochi concerti contro il razzismo organizzati dall’Oi! Committee nei primi anni ’80. Non volevamo perdere tutto questo e non volevamo nemmeno che l’Oi! diventasse prerogativa di certe forze politiche, ma volevamo che fosse puro punk sincero, così come era nato.

Stay Punk (2003). L’ultima compilazione che ho prodotto con la Havin’ A Laugh è Stay Punk, una compilazione internazionale uscita su CD quando il punk esplose nei licei italiani, tra Blink 182, Punkreas e Peter Punk. Volevo far sapere ai ragazzini che sul CD, oltre ai loro idoli Punkreas, avrebbero trovato un manuale punk che andava dai Business agli Agnostic Front, passando per Deadline e Woptime.

A mio avviso i Klasse Kriminale, oltre ad essere stati una delle poche band attive nella seconda metà degli anni ‘80, hanno costituito una grande influenza per i gruppi successivi, contribuendo a definire il suono caratteristico dell’Oi! italiano di fine ’80 e inizi ’90. Quando e perché hai deciso di formare la band? Quali sono state le maggiori difficoltà, soprattutto agli inizi?

Quando nell’84 il giocattolo si ruppe, la violenza uccise le band, l’eroina fece il resto e le mode passano veloci, la politica del punk si scontrò con la realtà italiana: qui vivi con i tuoi, non hai il sussidio di disoccupazione, le case occupate non sono poi così tante come a Londra o a Berlino. Il gioco qui era più duro e complesso, il tempo a disposizione diverso. La famiglia italiana, il lavoro, il non lavoro e anche un po’ di mentalità italiana non ti permettono di fare arte, musica, scioperi artistici e disordini vari. Tutto questo è più facile con un sussidio in una casa occupata, se ti arrestano la sera non devi tornare a dormire dai tuoi.

Io mi concentrai sulla musica, sul cercare di vivere e non di sopravvivere, sul cercare di usare il tempo breve che la vita ci riserva. Una cosa certa era che i giorni dei primi passi sotto i palchi delle band Oi! mi mancavano, quei giorni di entusiasmo e di innocenza, quando ogni volta che vedevi uno come te in un angolo di una qualsiasi città era un nuovo incontro… Io ero parte di questo movimento e applicai alla regola le leggi che il punk mi aveva insegnato: tutti sono in grado di suonare e tutti possono mettere su una band, quello che ti serve prenditelo, quello che non hai fattelo. E così feci, volevo ridare voce ai ragazzi rimasti senza band, senza concerti…

Penso che i Klasse Kriminale abbiano traghettato il movimento per 10 anni bui, siamo stati un piccolo faro. Fu pazzesco, nessuno credeva in noi, tutti avevano paura di farci suonare, i mass media ci additarono come mostri, la DIGOS ci studiò e controllò per anni, eravamo un pericolo pubblico… Molti reietti ci amarono e il loro entusiasmo e la loro semplicità ci fecero vivere. In molti ci odiarono e, come spesso succede sia agli adolescenti che agli uomini, molti cambiarono opinione… Non si può accontentare tutti! Ah! Ah!

Difficile riuscire a mantenere la rotta e il suono, fu dura andare avanti a testa bassa inventando, creando e domando musicisti. La cultura e la scuola musicale italiana erano veramente pessime. La musica è fatta di regole matematiche e le canzoni di emozioni, servono queste due cose e non sempre ce ne ricordiamo.

Marco Balestrino
Marco Balestrino nel 1994. La fotografia, scattata da Fabrizio “Fritz” Barile, denuncia il comportamento dei mass media, i quali – in seguito all’ondata xenofoba che travolse l’Europa a partire dalla fine degli anni ’80 – fecero di fatto aumentare le pressioni sugli skin non di destra, creando allo stesso tempo nuovi emuli dei bonehead white power. Si veda anche il testo di “Vi Accuso”, canzone inclusa nel terzo album della band, I Ragazzi Sono Innocenti (1993).

Il percorso tuo e dei Klasse Kriminale è stato per certi versi lo specchio di un cambiamento della scena skin italiana, anche per quanto riguarda i rapporti tra politica e sottocultura. Cosa significava essere uno skin apolitico negli anni ‘80? Cosa ti ha spinto a rivedere alcune prese di posizione?

Sono nato in una città industriale con l’Italsider e il porto, una città medaglia d’oro alla Resistenza, una città che provarono a mettere in ginocchio con le bombe neofasciste, ma che la cooperazione tra le persone rimise in piedi. Il cugino di mamma e il fratello di mio nonno avevano fatto la Resistenza. Certe cose ti appartengono e basta, ci sei nato. Ma la mia vita era il mio movimento, ero un ragazzino in boots e bretelle, rasato, che ascoltava i 4-Skins, ero un ragazzo che voleva libertà per se stesso e per gli altri. La politica aveva fallito, Lotta Continua, Autonomia Operaia, le Brigate Rosse… Il PCI aveva lasciato i ragazzi da soli. I fasci, da noi, non mettevano la testa fuori di casa…

Ora i ragazzi avevano la loro musica, il loro stile, nessuno ci capiva e approvava, tutto questo mi sembra superfigo ancora oggi. Noi abbiamo inventato tutto, pensa solo alla sigla “ACAB”, era nostra e ci sono voluti vent’anni prima che potesse essere decodificata dalle masse. Noi siamo stati i primi attori di una vera storia.

Skin apolitico per me significava skinhead contro tutto, noi siamo la nuova razza, tutto il resto era morto, Dio è morto, Stalin è morto, lo zio Adolfo si era freddato da solo… Il nazismo e il fascismo una vergogna a cui i nostri vecchi avevano staccato la spina. I carri armati con falce e martello avevano invaso Praga e ucciso il comunismo. La nostra apoliticità era contro tutta la politica costituita. Per il resto pensavo e penso ancora che la politica sia vita: con ogni comportamento, con ogni azione fai una scelta politica. In fondo la politica serve a mettere insieme persone con idee non simili per il bene di tutti.

Considerando che negli anni ‘80 la sinistra si tenne lontana dai ragazzi dell’Oi!, l’unica politica che volle brandire la violenza e il malessere degli skin fu quella di destra. Quindi essere apolitici significava escludere e combattere la politica che c’insidiava, cioè quella dei nazi.

Ma torniamo a noi: nel periodo in cui uscì Oi! Siamo Ancora Qui, i nazi di Azione Skinhead, a Milano, con gli amici veneti e romani organizzavano spesso concerti, raduni, manifestazioni… E un giorno qualcuno riempì la zona di via Torino e Senigallia di volantini con uno skin punitore che puniva i nazi… Il volantino e il disco crearono speranza e riferimento, furono un piccolo faro… Mi vennero a trovare tre ragazzi redskin del Leoncavallo che mi proposero di suonare lì, ma gli risposi che nessuno era ancora pronto per tutto questo, non era ancora il momento dei Klasse Kriminale al Leoncavallo… Troppi pregiudizi, troppe paure… Ci mangiammo una pizza al porto e mi regalarono un salame DOC… Comunque organizzammo insieme delle serate DJ e un concerto con The Stab, Strike e Rappresaglia, il primo di una lunga serie.

Al Leoncavallo ci arrivammo più tardi, prima con il Tiziano Ansaldi Benefit Tour con Ghetto 84 e Nabat, e poi con i Klaxon e i Drunken Nuns per l’uscita di Oi! Against Racism. I tempi erano ormai maturi per l’Oi! al Leoncavallo e le migliaia di kids presenti ai due concerti ne furono la prova.

Non ho rivisto le mie prese di posizione, ho vissuto ogni momento con entusiasmo e necessità.

Alla fine degli anni ‘90 troppa ipocrisia mi allontanò dagli skinhead, mi feci crescere i capelli e scrissi gli album Electric Caravanas (1998) e Stai Vivendo o Stai Sopravvivendo? (2001). Lasciai gli skinhead alla Banda Bassotti, che presto non riuscì a gestirli, e ai Los Fastidios, che ebbero una bella partenza con la formazione che includeva i tre membri dei Derozer.

Io, intanto, deliravo alla ricerca del vuoto generazionale di una generazione non mia. L’album I Know This Boy (1999) è frutto di quel momento: deluse molti kid e anche la Hellcat e la Burning Heart, che mi cercarono per aver in catalogo qualcosa dei Klasse Kriminale, rimasero smarrite con concetti di multiname, rampe da skate e TAZ, e mi risposero educatamente che al momento non erano interessate. Loro, come molti ragazzi, avrebbero voluto un disco con in copertina Marco con basettoni e bretelle, un riferimento forte, non uno specchio [si riferisce alla copertina a specchio della prima edizione dell’EP del 1999, Mind Invaders – NdR] e un tentativo di techno punk, fatto, tra l’altro, insieme a Riccardo dei Nabat… Ma questa era ancora politica contro l’ipocrisia e il business, era il tentativo di non raschiare il fondo del barile, di non esaurire il pozzo di energia punk.

La cosa che mi meraviglia di più, oggi, è vedere un concerto dei Cock Sparrer, una band che ha fatto un disco bellissimo come Shock Troops, che si limita a fare cabaret nonostante il seguito e la forza che ha, che non si permette di dire e di essere un po’ abrasiva, come dovrebbe essere un gruppo punk. John Lydon e Jimmy Pursey, che sono molto più antipatici alle masse, lo fanno ancora… Sono dei fottuti grandi punk! Ah! Ah!

Questa domanda fa il paio con la precedente: come vedi il rapporto tra sottocultura skinhead e tricolore, patriottismo e nazionalismo?

La vedo come una cosa molto inglese. Mi innamorai di “England” degli Angelic Upstarts così tanto che scrissi “Costruito in Italia”, ma personalmente sono tutti sentimenti che non mi fanno perdere la testa, come il campanilismo e tutto ciò che limita e confina l’essere umano ed aiuta ad alimentare le paure.

Quando decisi di ascoltare i Jam, gli Specials o i Clash, oppure quando esplose l’Oi! con band come Blitz, Business, Infa Riot e Last Resort, onestamente non pensavo certo al nazionalismo, ma alla rabbia e alla ribellione che avevo ed identificavo in quei suoni e testi… Ero un ragazzino incazzato, senza futuro, non amavo certo le istituzioni o l’Italia. Magari era bello vedere la Union Jack cucita sui parka dei mod in Quadrophenia o abbinata a Jam, Upstarts, Last Resort… Ma queste band, per quello che raccontavano nei loro testi, mi sembravano più socialiste che bigotte e nazionaliste, né tantomeno xenofobe come la stampa di quei giorni provò ad etichettarle.

Logo della SHARP Italia

Qual è il tuo punto di vista sull’arrivo della SHARP in Italia e sui suoi sviluppi successivi? Mi riferisco in particolare alla forte politicizzazione di alcune sezioni…

Era il 1989 e lo SHARP uscì dal nulla, importato da Roddy Moreno dopo una visita di affari a New York in cerca di nuove band per le sue etichette Oi! Records e Ska Records, infatti il simbolo SHARP con l’elmo troiano apparve su Skins’n’punks (volume 5) – The US connection con The Press e The Radicts. Sempre nell’89, vidi una toppa SHARP cucita sul bomber di un gigante skinhead americano che stava insieme ai Toasters, e anche su delle fotocopie che pubblicizzavano un concerto di Angelic Upstarts e Blaggers a Londra. Lo SHARP trovò subito terreno fertile in Germania, Belgio e Francia. Dopo gli assalti razzisti di Rostock del 1992 lo SHARP tedesco organizzò un concerto dove anche i Klasse parteciparono. Partecipammo anche ad uno dei primi concerti organizzati dalla sezione Belga.

In Italia tutto partì con qualche anno di ritardo. Noi, avendo vissuto l’evoluzione dall’inizio, ci rendevamo conto di come l’infiltrazione politica stava creando dei limiti al movimento. Tutto era iniziato come un’esigenza contro razzismo, intolleranza e pregiudizi che anche noi skinhead stavamo vivendo sulla nostra pelle, ma quando certi politicanti arrivarono iniziarono le divisioni, così come l’etichettatura di chi era più giusto e chi meno.

Alteau, che aveva vissuto ancora meglio la storia, mi propose per “Propaganda” il disegno con gli zombi che scioccò i redskin italiani, che guarda caso in quei giorni avevano iniziato a costruire lo SHARP a loro somiglianza. Peccato che non invitarono i Klasse ai loro dibattiti e ci liquidarono grazie al disegno di Alteau pubblicato sull’album I Ragazzi Sono Innocenti (1993). Peccato, perché in Italia avevo iniziato già da qualche anno a lavorare con la crew del Leoncavallo, ero in buoni rapporti con loro e con altri redskin italiani, gli unici che non collaboravano erano i romani della Gridalo Forte, quelli più interessati a tagliare fuori i Klasse Kriminale e a orchestrare il tutto.

Amai lo SHARP, anche se per assurdo uscì fuori dall’America.

Alteau
La vignetta dello scandalo, realizzata dall’artista skinhead francese Alteau nel 1993 e apparsa nell’inserto dell’album I Ragazzi Sono Innocenti.

Come vedi le relazioni con i centri sociali? Ancora nel ’94 alcune skinzine parlavano con stupore dello svolgimento di concerti Oi! in posti occupati.

Il ‘94 fu l’anno che sdoganò l’Oi! nei centri sociali italiani, grazie a Orlando, Gigi & Co. del Leoncavallo e al Livello 57 di Bologna, dove la Momma e il Bomba organizzarono un concerto con Pulmanx, Distilleria 76, Tomato Rotten e Klasse Kriminale, seguito da quello con Business, Lurkers e Klasse Kriminale. Poi c’erano i ragazzi del CPA di Firenze e quelli di Perugia, poi naturalmente i romani che bandirono i Klasse Kriminale da Roma e cercarono di metterci i bastoni tra le ruote sia per la data del Tiziano Ansaldi Benefit Tour al Leoncavallo che per il raduno SHARP a Firenze…

Ricordo che vivemmo male quei momenti e che sprecai un sacco di energia a spiegare e difendere quello che ero ed eravamo… Anche questo nel ’97 mi portò, dopo il concerto con gli Sham 69 a Bologna, a sciogliere la band, a farmi crescere i capelli e, in seguito, a registrare l’EP Mind Invaders e l’album Electric Caravanas con l’aiuto di Jimmy Pursey, per poi continuare con Stai Vivendo o Stai Sopravvivendo?, dischi che delusero i vecchi fan, ma che urlavano il mio malcontento.

Ma torniamo ai centri sociali: negli anni ‘80 gli skinhead e l’Oi! erano visti come fascisti, molte cose poi si innescarono quasi come per gioco, più i centri sociali accusavano e si lamentavano, più gli skinhead gliene facevano di tutti i colori. Non nego che qualche concerto hardcore punk dove gli skinhead erano andati in pace a vedere una band finì in pugni e disordine. Ecco perché organizzare i Klasse Kriminale e i Business al Livello 57 fu un evento straordinario.

Esiste una relazione tra sottocultura skinhead e droghe? Qual è il tuo punto di vista in proposito?

Esiste una relazione tra ragazzi e droghe. La droga è sempre stata parte di questo mondo ed oggi, come tutte le cose, è un prodotto di consumo accessibile a tutti. Se analizziamo i periodi storici, sicuramente gli anni ‘80 sono stati impestati dall’eroina, che non risparmiò gli skinhead, esattamente come negli ultimi anni non sono stati immuni dalla coca. I testi dei Klasse Kriminale non possono ignorarla: “Locale 1.9.8.2.”, “Vita Vuota”, “I Know This Boy”, “TAZ”, “Anarchia Libertà”, “Destroy Babylon”

Ti faccio un’ultima domanda: cosa significava per te essere uno skinhead?

Era un modo per essere un gentiluomo, un ragazzino incazzato con stile, fare parte di un movimento proletario, non piangersi addosso, essere fiero di quello che eri e avevi. Eravamo un nemico pubblico.

Pensa che figata per un ragazzino far parte di un movimento internazionale ed essere riconosciuto, temuto e rispettato ovunque… Poi vennero la moda, l’ipocrisia e il business… Dai, ci abbiamo provato e molte volte siamo stati i numeri uno… Skins rule OK!!!

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