Ivano Bergamo

Un’intervista con Ivano Bergamo: scena, sottocultura e musica Oi!

L’ex-cantante di Asociale e Devilskins parla delle sue esperienze musicali e dello stile di vita skinhead

Asociale "Novum Comum" 7" EP
Asociale Novum Comum 7″, l’edizione 25° anniversario di Skinhead Sounds.
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Ivano Bergamo, nato a Como nel 1970, è un personaggio chiave della scena skinhead italiana. Avvicinatosi giovanissimo alla musica Oi!, nel 1991 collaborò con Marco Balestrino alla realizzazione della compilation Oi! Siamo ancora qui LP, uscita per la Havin’ a Laugh, etichetta del cantante dei Klasse Kriminale.
Il disco costituì un grosso stimolo alla rinascita del panorama street punk italiano, che aveva da tempo subito un arresto di fronte all’avanzata della scena bonehead, ma anche a causa di altri fattori, come il dilagare dell’eroina tra le classi popolari, che non risparmiò i punk e gli skin italiani. La compilation conteneva, tra l’altro, “La gente reale non muore mai”, canzone d’esordio degli Asociale.

Il 21 dicembre del 1992 la Havin’ A Laugh pubblicò il loro singolo di debutto, Novum Comum, recentemente riedito da Skinhead Sounds per festeggiarne il 25° anniversario. Il lato A conteneva “Niente politica solo Oi!”, mentre sul lato B era presente “Hoxton Tom for president”, dedicata, ovviamente, a Tom McCourt, il bassista dei 4-Skins.

Intorno alla fine del decennio, quando la formazione era ormai inattiva, Ivano collaborò con gli amici Templars – realizzando con loro un omaggio ai Nabat – e con gli svizzeri Devilskins, ai quali si unì poi in pianta stabile. In seguito riformò gli Asociale, che si sciolsero definitivamente nel 2011.

L’intervista che segue è stata realizzata nel marzo del 2016 da Flavio Frezza per il libro Italia Skins. Nel volume appaiono alcuni brani della lunga conversazione telefonica, che qua riportiamo quasi per intero.

 

Ivano nel 1990. Foto di Fabrizio “Fritz” Barile.

Come e quando ti sei avvicinato alla cultura skinhead?

Dapprima musicalmente, intorno all’86, avevo 15 o 16 anni. Scambi di cassettine con gli amici, sai? Gente che ascoltava più punk, hardcore, ecc. E niente! Mi è capitato di ascoltare questa musica per me nuova e sono rimasto folgorato! Infatti chiesi: «Ma chi sono questi?». Mi risposero: «Sono i Nabat! Sono un gruppo di Bologna, sono Oi!, sono skinhead». Fai conto che l’LP Un altro giorno di gloria uscì nell’aprile dell’86… Io lo comprai all’inizio dell’87 a casa di Stiv “Rottame” Valli [fondatore della fanzine TVOR e dell’etichetta omonima, e in seguito della Twins], che ancora non aveva il negozio a Milano e vendeva i dischi in camera sua, a casa dei genitori! Noi ragazzini più giovani andavamo lì a comprare i dischi.

Ho fatto un paio d’anni ascoltando solo musica Oi!, senza vestirmi da skin… No! A dire la verità avevo il bomber, avevo le Dr. Martens, però avevo i capelli normali! Poi nel 1988 c’è stata la svolta, ho deciso di rasarmi pure i capelli! Però, sai, io vedevo tanti ragazzi che eran già tutti skin, di punto, ma non sapevano un cazzo! Io prima mi sono acculturato e dopo ho fatto il passo di rasarmi i capelli!

Quindi hai iniziato a frequentare la scena skinhead in un momento in cui non era più forte come in precedenza…

No, non c’era praticamente più nulla! [ride] I Nabat si stavano sciogliendo… Sì, c’erano i Ghetto 84 e i Klasse Kriminale, che fecero uscire il primo EP nell’88. Io lo comprai da Zabriske Point a Milano, quando il negozio non era ancora di Stiv, ce l’aveva un capellone col pizzetto! [ride] E niente, mi disse: «Io ho questo! Me l’hanno portato dei ragazzi la settimana scorsa»… Ed era Costruito in Italia dei Klasse Kriminale! Dentro c’era l’indirizzo, gli scrissi e mi feci mandare il demo, che era ancora disponibile.

Molti skin italiani, nei primi anni ’80, si rifacevano al nichilismo, ma alcuni, poi, si sono schierati a destra, altri a sinistra… Com’era la situazione alla fine del decennio?

Nella mia città c’erano sette, otto, dieci skin già schierati a destra, mentre noi apolitici eravamo quattro. Quattro. Tre di questi, poi, fondarono gli Asociale. La cosa che mi riempie d’orgoglio è che nel ’90 io sono partito per fare il servizio militare e nel ’91, ritornando, di questi di destra non era rimasto nessuno e noi quattro continuavamo ad esserci! Evidentemente le nostre motivazioni erano molto più fondate, molto più reali di quelle di questi ragazzi… Che comunque, in una città piccola come Como, il sabato pomeriggio ti trovavi in centro e ci stavano anche questi… Negli anni ’80, soprattutto alla fine, era tutto un mischione, non è che ci andavi a litigare! Loro t’accettavano, tu accettavi loro, anche perché in una città piccolina come Como… Non c’era nessun altro, ecco!

Però la cosa che mi riempiva d’orgoglio è che nel giro di un paio d’anni di quei sette o otto non c’era più nessuno e noi quattro c’eravamo ancora! Anzi! Avevamo fondato il gruppo, avevamo già fatto “La gente reale non muore mai” per Oi! Siamo ancora qui, che uscì nel maggio del ’91. La registrammo quindici giorni prima che io partissi per il militare! [ride] 

Anche se ero già andato a trovare Marco Balestrino a Savona e conoscevo qualcuno di Monza e qualcuno dei più vecchi di Milano, per me l’impatto più grosso con la scena fu il quarto raduno Oi! a Bologna, nell’89. Lì, da diciannovenne, ho conosciuto un sacco di persone! C’era Riccardo Pedrini dei Nabat che mi portava in giro a conoscere gente. Ho conosciuto Tubo dei Fun, che era il batterista originale. Riccardo mi portava in giro e io guardavo questi qua come se fossero… Capito? [ride] Io, da ragazzino, mi ero allontanato da Como giusto per andare a Milano, a Varese, nelle città vicine. Per me era una cosa proprio… Boh! Un’emozione, ecco! E magari era gente che aveva solo sei o sette anni più di me, capisci? Però loro avevano vissuto il periodo d’oro: l’82, l’83! Mentre io, vabbè… Mi sono avvicinato a metà anni ’80, però è tra l’88 e l’89 che ho iniziato a girare sul serio, quindi per me era una cosa nuova! Conoscere tutta questa gente era veramente un’emozione incredibile! [ride]

Mi dicevi che a Como non c’erano contrasti tra voi e quelli di destra…

No, assolutamente! Più che altro rompevano il cazzo al ragazzino, al quindicenne, non a me che avevo già diciotto o diciannove anni… Non mi venivano a rompere il cazzo, anche se non la vedevo come loro, capisci? E magari al ragazzino: «Ah, ma perché ti metti i Dr. Martens? Ma tu pensi d’essere uno skin?». Tutte queste cose qua! Facevano un po’ gli induriti, capito?

Parlavi del fatto che eravate apolitici. Cosa significa, per te, essere uno skinhead apolitico?

Eh, rimanere al di fuori di qualsiasi esasperazione! Il discorso “no politica” non vuol dire non avere un proprio pensiero. Il discorso “no politica” fu tirato fuori perché troppa gente iniziava a infilare la politica dentro il movimento, e abbiamo visto a che cosa ha portato tutto ciò. Se ognuno se la fosse sempre tenuta in tasca e non l’avesse tirata fuori all’interno del movimento… Magari adesso staremmo parlando d’altro! Dai, sappiamo come sono andate le cose!

No, “no politica” non vuol dire non avere una coscienza, eh, assolutamente! Significa non portarla all’interno… [s’interrompe] A me, personalmente… A me non me ne frega proprio un cazzo! Io non ho mai votato in mia vita! [ride] Però anche quelli che la vedono più da una parte che non dall’altra, non avrebbero dovuto portarla all’interno della scena! Sarebbe stata una cosa molto più semplice, secondo me, sarebbe andata molto più liscia la cosa, ma tant’è! Così è andata!

In Italia, dopo alcuni anni che giravi, c’è stata l’entrata in scena della SHARP. Come hai accolto questa novità?

Io ho degli amici neri, ad esempio Phil dei Templars è veramente mio fratello! Anche due anni fa sono andato a New York, mi ha messo le chiavi di casa in mano e mi ha detto: «Fai quello che vuoi! Il frigo è pieno, io vado a lavorare, fai il cazzo che ti pare!». È mio fratello ed è nero come il carbone! [ride] Non son mai stato razzista. Però, probabilmente, non mi sono mai attaccato la toppa SHARP proprio per il risvolto che c’è stato in Italia, che è stata una cosa troppo politica, ecco! Troppo politica. 

Nonostante questo, quando ci sono stati i concerti – che ne so, i Klaxon al Leonkavallo – sono andato… Ci son stati i Cock Sparrer e sono andato! [i due concerti furono organizzati dalla SHARP Milano rispettivamente nel 1995 e nel 1994] Non avevo contrasti con loro, capisci? Poi, dopo, alcuni sono diventati dichiaratamente red. Se la SHARP fosse stata come in altri paesi… Mah! Magari me la sarei pure attaccata, la toppa SHARP! Però, secondo me, in Italia, anche quella cosa è stata travisata ed è stata strumentalizzata da una certa ala politica.

Un’altra questione controversa, in Italia, è quella relativa a tricolore, patriottismo e nazionalismo… Qual è il tuo punto di vista sull’argomento?

Allora, io quando avevo diciotto o diciannove anni avevo il tricolore sul bomber, come ce l’avevano tutti gli skinhead, OK? Era una cosa normale! Io ti porto delle fotografie con lo stesso Steno dei Nabat col polsino tricolore, nell’84! Per dire, visto che è un mio caro amico, Riccardo dei Nabat… Riccardo c’ha tatuato uno scudetto tricolore tenuto da un’aquila, su un braccio. Praticamente è l’aquila dei Cockney Rejects – non so se hai presente, ce l’ha tatuata uno di loro – che ha le ali che abbracciano questo scudo, e lui ce l’ha tricolore con scritto “Italia”. È dei Nabat, lui, eh! Cioè, ragazzi! [ride]

Una volta, io e Riccardo siamo andati in un centro sociale. C’era un ragazzino che c’aveva ‘sto scudetto – e io non lo portavo più, perché già allora non aveva più senso –, e uno ci dice: [imita l’intonazione dialettale romanesca] «Voi pagate dumila lire e lui ne paga tre perché c’ha quello lì sul braccio!». Io gli dico: «No! Lui paga come pago io!». Allora il ragazzino dice: «Cosa devo fare? Me lo devo staccà?». E Riccardo fa: «E a me cosa fanno? Mi tagliano via un braccio?».

Mah! Sai, è lo scudetto tricolore, non è… Fai conto, io sono andato a fare il servizio militare e quando sono tornato già non lo portavo più… Secondo me non aveva più senso! Nei primi anni ’90 già non aveva più senso!

Perché dici che non aveva più senso?

Perché era portato da gente che… [ride] Ci siamo capiti, no? Lo portavano tutti quelli di destra e secondo me portandolo t’andavi a confondere. Non aveva più senso portarlo, anche se i tuoi amici ce lo avevano ancora, e non erano assolutamente schierati con quell’ala politica!

Però negli anni ’80, ti ripeto, ce l’avevano tutti quanti. Ce l’avevano tutti, dai! Era una cosa così… Sai cos’è? Andavi in Inghilterra e avevano tutti la maglietta con la Union Jack, quindi in Italia si attaccavano lo scudetto tricolore. Era forse una trasposizione di quello che succedeva in Inghilterra! Magari i primi che andavano a Londra, che ne so, a metà degli anni ’80… Gli inglesi portavano la maglietta con la Union Jack e in Italia si metteva il tricolore, no? Forse era anche uno scimmiottamento dello skin inglese, non saprei!

La sottocultura skinhead ha numerose sfaccettature… Mi vengono in mente gli skin della scena New York hardcore dei primi anni ’80, che avevano ben poco a che vedere con quelli tradizionali inglesi. Anche oggi, in Italia, c’è chi è più vicino al punk e chi invece preferisce frequentare la scena scooter… In una situazione così variegata, cos’è, secondo te, che definisce uno skinhead? Quale importanza hanno, per te, lo stile e la musica delle origini?

Secondo me lo skinhead è sempre stato anche moda. A me piace avere la camiciettina in un certo modo, il maglioncino in un certo modo… Non esco con lo scarpone sporco, deve essere sempre bello lucido! [ride] Lo stile è quello lì! Come posso dire? Alla fine l’unica cosa che rende uguali tutti quelli di cui stai parlando è la testa rasata, ma per il resto… Come dici tu stesso, questi americani, se vedevi come stavano messi, avevano giusto gli scarponi, le bretelle e la testa pelata! Mettevano soltanto la t-shirt, magari mettevano dei pantaloni improponibili… Perché io non mi sognerei mai di metterli in quella maniera! [ride]

Non so, io sì, io sono un po’ più preciso, forse per la contaminazione che ho – come dici tu – con la scena scooter, perché la Lambretta l’ho presa nel ’92, quindi abbastanza presto. Sono diventato skin nel 1988 e nel ’92 avevo già la Lambretta, quindi ho cominciato ad andare ai raduni scooter. Nel ’92 e nel ’93 ne ho fatti tantissimi! Forse perché era un ambiente un po’ più goliardico, un po’ più divertente, con meno menate, capisci? Quindi ho iniziato a frequentare quella scena. Sono ancora in uno scooter club che un tempo era di Pisa, ora è a livello nazionale, anche perché chi l’ha fondato non sta più a Pisa. C’è gente di Torino, di Trento, di Bologna, di Napoli, di Roma… Forse è per quello che sono più legato allo stile! Anche se poi, alla fine, per dirne una… Venerdì c’è il concerto The Last Resort e Klasse Kriminale ed io ci vado, eh! Non è che non mi piace più l’Oi! [ride] 

Cambiamo argomento. Come vedi il rapporto tra sottocultura skinhead e droghe? C’è una contraddizione nel fatto di essere skin e assumere sostanze stupefacenti?

Guarda, a me son morti degli amici per le droghe, quindi… È una cosa talmente personale… Io non posso impedire a uno di farsi una canna o di pigliarsi una pasticca. Uno skinhead per me è una persona libera! Nel senso che se uno decide di fare questo… 

A me dispiace quando vedo le persone conciate in una certa maniera! Ti ripeto, a me son morti degli amici, sia skinhead che del mio quartiere, perché negli anni ’80 l’eroina dilagava e mi son morti anche dei cari amici. Quindi non è che io possa essere a favore, però non sono neanche quello che vede uno che sta facendo una cosa e gli dice: «Oh, ma che cazzo fai?». Alla fine sei una persona libera, fai quello che ti pare!

Io, sinceramente, non sono uno che può giudicare, e neanche impedire agli altri di fare qualcosa. Poi, certamente, non sono a favore! Per l’amor di Dio! Se la mente è la tua guida probabilmente è meglio che sia più lucida possibile, no? Però, poi vabbè… Poi caschiamo anche in un controsenso perché, alla fine, delle volte ci sbronziamo come delle bestie e non stiamo neanche più in piedi, quindi… [ride] Alla fine anche l’alcol è una droga, no? È legalizzata ma anche quella è una droga, perché delle volte mi è capitato di svegliarmi la mattina e non ricordarmi quello che avevo fatto la sera prima! Diciamoci la verità! [ride]

Ti ripeto, non sono nella posizione di giudicare né d’impedire alle persone di fare quello che credono… Non dico “giusto”, perché “giusto” è una parola un po’ grossa! Però di fare quello che credono opportuno [scandisce questa parola], magari!

Opportuno…

Sì, se lo ritieni opportuno fallo! Ti ripeto, anche lo skinhead è una persona libera.

Asociale "Novum Comum" originale
Novum Comum, la copertina originale realizzata da Ivano.

Torniamo agli Asociale. Precisamente quando vi siete formati?

Nella primavera del ’90. Eravamo io e, al basso, un ragazzo del mio quartiere, il quale, poco dopo, è partito col suo viaggio hardcore straight edge! Lui era proprio straight edge alla grande! [ride] Ancora oggi, eh!

Parli di Deplano?

Sì, Deplano! Lui abitava a cinquecento metri da casa mia! È stato il primissimo bassista. Il giro di basso di “La gente reale non muore mai” è suo. Alla chitarra c’era Giovanni, che ha fatto parte anche della formazione che ha registrato il singolo. Sono entrato in contatto con lui perché io facevo una scuola per odontotecnici e lui il liceo artistico, che erano nello stesso centro studi. Ci siamo adocchiati e ci siamo detti: «Mi sa che io e te possiamo andare d’accordo!». [ride] Poi il batterista… Fai conto che ci ha mollato dopo pochi mesi! Dopo tre anni è diventato un poliziotto! È entrato in polizia per fare il militare e ci è rimasto.

Per un certo periodo ha suonato con voi anche Morra, il futuro batterista degli Erode…

Sì! Quando son tornato dal servizio militare, la Lauretta – che era la ragazza del chitarrista – è entrata come bassista, e alla batteria abbiamo preso Fabietto, che è un ex-skin di vicino Cantù, nella nostra provincia. Lui aveva tanti problemi con la droga e ci ha lasciato… È morto l’anno scorso, ma per altri motivi. Ci ha lasciato perché bucava le prove, cioè saltava le prove e via dicendo. Alla fine abbiamo pigliato Morra, che in seguitò fondò gli Erode con Deplano.

Con questa formazione abbiamo fatto il pezzo “Spacca la spada”, che uscì sulla compilation Oi! It’s a world league, che era appunto dedicato all’ex-batterista e con cui gli dicevamo di riprendersi. Non era il classico pezzo che diceva: «Ah, tossico del cazzo!», come facevano i nazi. Lo conosci il pezzo, no? In sostanza diceva: «La vita non è questa qua, ripigliati! Hai tutto un mondo davanti!». Abbiam fatto quel pezzo e il singolo Novum Comum.

Poi ci sono state delle divergenze musicali, siamo stati fermi per un po’ e qualche mese dopo ho riformato la band con una line up completamente diversa, che è stata quella che ha fatto “Ancora guasti” per la compilation Oi! against Silvio. Poi Igor, il bassista, è partito per il servizio militare e il chitarrista se ne è andato in India, quindi ci siamo fermati! Probabilmente, se non fosse stato per Igor, da solo, senza la sua spinta, non avrei neanche riformato la band.

Nel 2010 c’è stata questa idea di festeggiare i venti anni dalla nascita del gruppo e ci siamo riformati con altra gente… Mi son preso Omar, il batterista che avevo con i Devilskins, che è bravissimo, e il bassista del ’94, l’unico che mi ha seguito della formazione di “Ancora guasti”. Poi abbiamo suonato a New York per merito dei Templars, poi in Messico e in Germania, e in seguito abbiamo fatto un concerto in provincia di Torino. Dopo, vabbè, ci siamo sciolti di nuovo…

Adesso è uscita la raccolta su vinile. La versione CD ce l’aveva fatta la Bandworm Records nel 2010. Per questo siam andati a suonare in Germania, perché quando han fatto il Bandworm Festival, ci avevano prodotto il CD in 1000 copie e ci han voluto in questa due giorni… È stata una bella esperienza! Un posto grandissimo, due palchi, migliaia di persone… Bello!

Invece il concerto in Messico era in un bar piccolino stipatissimo, la gente non ci stava! A un certo punto stava cascando il controsoffitto! Ho una fotografia con questi skin che avevano organizzato che tenevano il controsoffitto con le braccia! [ride] L’ultimo gruppo non ha suonato perché stava crollando il bar! [ride] Bello, però! Una bella esperienza, è stata una figata! Anche loro gentilissimi, ci han pagato l’albergo, la mattina ci venivano a pigliare in macchina… Ci han fatto vedere le piramidi azteche, tutte ‘ste cose qua, bellissimo!

La formazione di Novum Comum. Da sinistra a destra: Giovanni, Laura, Morra e Ivano.

In questo momento siete attivi?

No, no, basta! Ci siamo sciolti di nuovo! C’è uno di noi che ha tre figli con due donne diverse! [ride] Poi il chitarrista suonava in tre o quattro gruppi… E vabbè! Poi ognuno hai i suoi problemi, capisci? Quindi no, zero, siamo fermissimi! Adesso è uscita ‘sta raccolta e c’è un sacco di gente che mi scrive! Fa piacere il fatto che il segno l’hai lasciato, quindi la gente ti cerca! È una bella cosa, son soddisfatto di questo! Però, ti ripeto, ognuno hai i suoi problemi, credo proprio che di riformarsi non se ne parli.

Avevo un’altra domanda ma in parte mi hai anticipato… Volevo chiederti dei Devilskins! Ho il loro primo EP, Porca troia!, che era stato prodotto dalla Passatore Records. Mi racconti come sei finito con loro?

Allora, sì, nel primo EP canta il batterista, che è quello che poi mi son portato nell’ultima formazione degli Asociale. E su quel disco io canto un solo pezzo su tre, come ospite. […] Ho conosciuto il loro bassista in un negozio di Como che vendeva… [s’interrompe] Loro erano di Bellinzona, diciottomila abitanti, praticamente un paesotto! Bellinzona è la capitale del Canton Ticino ma è un paesotto, quindi non avevano niente di tutto ciò! Qui, invece, potevano comprare i Dr. Martens, le Ben Sherman, ecc. Per loro Como era il posto più vicino. Questo negozio d’abbigliamento era gestito da un amico mio. Sono entrato un sabato mattina e c’era ‘sto ragazzo, che mi dice: «Ah, ma te sei Ivano?». C’aveva in tasca ‘sto demotape, lo tira fuori e mi dice: «Questi siamo noi! Dai, una volta vieni a trovarci!».

Allora io e l’amico che gestiva il negozio una domenica pomeriggio siamo andati a trovare questi ragazzi. Abbiamo visto le prove… Praticamente in Svizzera le case hanno il bunker antiatomico, sotto! Se non sbaglio, dal 1980 in avanti hanno l’obbligo di avere questo bunker antiatomico. Dovrebbe essere sempre sgombero… Teoricamente! E loro invece avevano dentro la batteria, gli amplificatori, ecc. E suonavano là sotto!

Siamo rimasti in contatto, e loro mi hanno detto: «Facciamo questo concerto, dai! Magari fai un paio di pezzi!». Loro facevano “Hoxton Tom”, se non sbaglio! Mi hanno detto: «Dai, magari alla fine sali e lo canti te!». E niente! Sono andato a ‘sto concerto… Fai conto che piglio il microfono in mano e al secondo pezzo che sto cantando arriva la polizia e ferma tutto! [ride] E questo è stato il mio primo impatto con loro!

Abbiamo continuato a sentirci, e loro mi dicevano: «E dai! E dai! E dai! Sta cantando il batterista, vieni a cantare con noi!». Beh, nel demo c’avevano un altro cantante, solo che se n’era già andato e, quando li ho conosciuti, cantava il batterista e, in qualche pezzo, il chitarrista. Alla fine mi han tirato dentro e ho fatto quattro anni e mezzo con loro. Poi si sono sciolti e hanno fatto un altro gruppo che si chiama Those Furious Flames, che non c’entra nulla con quello che facevamo. […] Il primissimo CD è ancora punkeggiante, ma adesso no, fanno tipo rock anni ’70, cose del genere…

Pinhead Generation
Il primo numero della fanzine Pinhead Generation, datato maggio 1994.

Secondo te, qual è stata la migliore fanzine degli anni ’90?

Per me Pinhead Generation di Folco era quella scritta meglio, era divertente e molto informativa. Molto! Perché ad esempio Mark Brennan della Captain Oi! gli mandava tutta la roba che usciva e lui la recensiva in una maniera, secondo me, eccezionale! In quel periodo penso che la sua sia stata la migliore fanzine, assolutamente!

 A questo punto credo di aver finito le domande! C’è qualcosa che vuoi aggiungere?

Sì! Nel periodo in cui iniziai a frequentare la scena, con lo scioglimento dei Nabat gli skin italiani avevano perso il loro gruppo guida… I redattori delle fanzine si ritrovarono a intervistare sulle stesse pagine gruppi apolitici, nazi e ska! Quelli di destra cercarono di approfittare di questa situazione per trascinare nelle loro file i più giovani che, confusi, non sapevano più dove sbattere la testa!

Quando ascoltai “Oi! Fatti una risata” dei Klasse Kriminale pensai che quella fosse la soluzione: meno esasperazione e più divertimento! Purtroppo la cosa non è stata recepita da molti… Probabilmente è più facile odiare che sorridere!

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